30 agosto 2011
313- Campi di sterminio,raul hilberg,Eberhard Jäckel,Schleunes,Uwe Dietrich Adam,Lucy Dawidowicz,Christopher R. Browning,, conoscenze della storiografia olocaustica sul Führerbefehl,ordine sterminio,l'inutile convegno di Parigi del 1982
Da sempre i media,giornali,TV,libri,la scuola ci fanno intendere,lo affermano,lo danno per dimostrato che Adolf Hitler ordinò lo sterminio degli ebrei,a tutt'oggi è "noto" al 99% dei comuni mortali.Tale "certezza" è dimostrata FALSA,basata sul NULLA storico,finalizzata esclusivamente a caricare di "responsabilità " ulteriore la figura storica di Adolf Hitler,interprete del "male assoluto"...ma le cose stanno molto diversamente.Diamo una panoramica della situazione nel campo STERMINAZIONISTA,ebraico e non.
Führerbefehl - 2^ parte
Nella foto lo "strazio dell'arte" della "ricerca storica OLO-$TERMINAZIONI$TA
Un tema molto dibattuto è quello del "Führerbefehl",il preteso "ordine di sterminio", di Adolf Hitler (o chi per lui!) che fino ad oggi gli è universalmente attribuito (tranne alcuni olo$alariati più scaltri).
Riportiamo lo "STRAZIO dell'arte" $terminazioni$ta al 1984,che vale anche per oggi, nonostante la caterva di miliardi investiti in ricerche e olocau$tica propaganda inutile, ma MOLTO BEN REMUNERATA.
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Brano tratto da:
" RAUL HILBERG E
I «CENTRI DI STERMINIO» NAZIONALSOCIALISTI
FONTI E METODOLOGIA
di Carlo Mattogno
CAPITOLO V
Hilberg e le conoscenze della storiografia olocaustica
sul Führerbefehl all’inizio degli anni Ottanta. Bilancio di due convegni storici.
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Il problema della genesi della decisione concernente la “soluzione finale”, rimasto irrisolto al convegno di Parigi, fu ripreso in esame al congresso di Stoccarda, che si svolse dal 3 a 5 maggio 1984 sul tema «L’uccisione degli Ebrei europei durante la seconda guerra mondiale. Genesi della decisione e realizzazione». I relativi atti furono pubblicati l’anno dopo in un volume omonimo (645).
Eberhard Jäckel (foto)ne spiegò il «compito principale» in termini molto chiari:
«Come, quando e dove, eventualmente ad opera di chi si è sviluppata la decisione o si sono sviluppate le decisioni di uccidere gli Ebrei europei in qualche successione e in qualche modo? Si potrebbe formulare la questione in termini più semplici: come si pervenne alla realizzazione dell’assassinio degli Ebrei europei durante la seconda guerra mondiale?» (646).
La risposta a tale questione era «controversa» per lo stato particolarmente «sfavorevole» delle fonti. Ciò dipendeva da una serie di ragioni che Jäckel riassunse così:
«L’operazione era rigorosamente segreta. Perciò al riguardo si scrisse il meno possibile. Molto fu discusso solo verbalmente, soprattutto ai livelli di comando più alto. Dei pochi documenti relativi ad essa, molti probabilmente sono stati distrutti prima della fine della guerra. In quelli che ci sono pervenuti, si incontrano spesso espressioni mascherate che ne rendono ancora più difficile la comprensione. Infine, molte delle persone direttamente coinvolte morirono prima di poter essere interrogate. La maggior parte dei superstiti risposero in modo evasivo. Ma persino coloro che erano pronti a fare dichiarazioni, spesso non furono interrogati in modo sufficientemente preciso, perché i funzionari che procedettero agli interrogatori non erano interessati ai particolari che vorrebbero conoscere oggi gli storici. Inoltre, molti testimoni furono giustiziati e portarono con sé le loro conoscenze» (647).
Inoltre l’azione, «malgrado un’innegabile volontà di raggiungere lo scopo, tradisce tuttavia all’inizio una mancanza di unitarietà e di pianificazione», con conseguenti confusioni e improvvisazioni (648). All’opera di sterminio erano infine interessati quattro organi, tra i quali «ci furono anche conflitti di competenza e rivalità» (649).
Sulla decisione e sull’ordine del presunto sterminio non esistevano dunque - e a tutt’oggi ancora non esistono - documenti né testimonianze attendibili, donde la controversia tra intenzionalisti e funzionalisti già affiorata al convegno di Parigi. Eberhard Kolb formulò con grande chiarezza le due questioni fondamentali sulle quali essa era incentrata:
«1) La “soluzione finale” è la realizzazione di un piano già da tempo stabilito che prevedeva fin da principio - come stadio finale - lo sterminio fisico dell’ebraismo europeo?
2) Ci fu un ordine formale di Hitler - se non scritto, perlomeno verbale - di uccidere non solo gli Ebrei che vivevano nell’Europa orientale, ma tutti gli Ebrei che erano sotto la sovranità tedesca, e quando fu impartito quest’ordine?» (650).
Indi Kolb passò in rassegna le risposte fornite dalla storiografia olocaustica fino all’anno del congresso:
«Se la mia osservazione è corretta, la maggior parte degli studiosi propende oggi a mettere un grosso punto interrogativo alla concezione di una politica nazionalsocialista nei confronti degli Ebrei che si sia sviluppata sistematicamente ed abbia proceduto in una direzione unica - dalle agitatorie parole d’ordine antisemitiche del “tempo della lotta” attraverso i provvedimenti antiebraici degli anni 1933-1939 fino al massacro organizzato a partire dal 1941. Al centro della controversia c’è attualmente piuttosto la questione se (e quando) Hitler abbia impartito un ordine formale di sterminio. Fino agli anni Sessanta a tale questione fu risposto pressoché unanimamente in modo affermativo. Certo, un ordine scritto di Hitler relativo allo sterminio non ci è pervenuto, e si può ben presumere che un simile ordine scritto non sia mai esistito. Tuttavia, un formale “ordine del Führer” in forma di istruzione verbale di Hitler a Himmler era senz’altro necessario come presupposto indispensabile delle azioni omicide iniziate nel 1941. Sulla data in cui fu diramato quest’ordine del Führer non c’era però pieno accordo: secondo l’interpretazione di Raul Hilberg (1961), Hitler diede l’ordine generale di sterminio “all’inizio dell’estate” del 1941; Helmut Krausnick fece risalire tale ordine “al più tardi al marzo 1941”; Uwe Dietrich Adam (1972) ad un momento “tra il settembre e il novembre 1941”; secondo il parere di Andreas Hillgruber, la decisione di Hitler fu presa nel luglio 1941, in relazione al trionfo sull’Unione Sovietica, che si presumeva già ottenuto, e alla progettata espansione all’Est. D’altra parte, Martin Broszat (1977) dubitò che un formale ordine generale di sterminio di Hitler sia mai esistito. Lo sterminio fisico degli Ebrei europei, secondo Broszat, non fu progettato e sistematicamente preparato da gran tempo, non fu messo in moto da un unico atto decisionale e da un unico ordine segreto di Hitler; piuttosto il “programma” dello sterminio ebraico si sviluppò gradualmente in senso istituzionale e fattuale “da singole azioni” fino alla primavera del 1942 ed ebbe un carattere determinato dopo l’installazione dei campi di sterminio in Polonia (tra il dicembre 1841 e il luglio 1942). Una simile interpretazione, secondo Borszat, non si può documentare con assoluta certezza, ma è di per sé stessa più probabile dell’ipotesi di un radicale ordine segreto di sterminio ebraico dell’estate 1941. Broszat aggiunge:“Se la nostra interpretazione si basa sul fatto che lo sterminio ebraico in tal modo fu improvvisato, non fu progettato da gran tempo e non fu avviato da un ordine segreto unico, ciò implica che la responsabilità e l’iniziativa delle azioni omicide non furono dovute soltanto a Hitler, Himmler o Heydrich. Ciò però non scagiona Hitler”.
Il modello ermeneutico di Broszat della genesi del piano omicida fu ulteriormente radicalizzato da Hans Mommsen (1983). Come Broszat, Mommsen è esplicitamente dell’avviso che non è esistito alcun “ordine formale” di Hitler sulla “soluzione finale”, neppure in forma verbale. Ma Mommsen postula inoltre un ruolo straordinariamente passivo di Hitler nella concezione e nell’esecuzione del piano omicida: “Come già prima del 1939, egli si sentiva investito di responsabilità da parte del Partito e dell’apparato SS, i quali presero alla lettera ciò che per Hitler rappresentava ‘la grande prospettiva storica’”. Hitler è stato invero il promotore ideologico e politico della soluzione finale, “ma il suo passaggio da un programma che appariva utopistico ad una strategia effettivamente seguita fu il risultato da un lato della natura dei problemi che erano sorti da soli, dall’altro dell’ambiente di Himmler e dei suoi satrapi”.
La maggior parte degli studiosi ritiene come prima che l’iniziativa determinante del massacro degli Ebrei europei venne da Hitler e si realizzò in forma di ordine di sterminio impartito verbalmente. Hans-Heinrich Wilhelm (1981) ammette invero che non esistono prove che l’ordine generale di sterminio ebraico fosse stato impartito già prima della campagna di Russia del 1941; egli respinge però la tesi di una “radicalizzazione improvvisata” della persecuzione ebraica fino all’uccisione sistematica conclusiva e rileva che, senza la funzione direttiva di Hitler e senza il suo consenso, tutte le attività parziali che sfociarono nel programma della soluzione finale non sarebbero state possibili. In diretta polemica coll’interpretazione di Broszat, Christopher Browning (1981) è giunto alla conclusione che Hitler ordinò l’elaborazione di un piano di sterminio nell’estate del 1941; i punti fondamentali del piano omicida basati su quest’ordine furono approvati da Hitler “nell’ottobre o nel novembre 1941”. Gerad Fleming (1982) rileva che “nell’estate 1941” ebbe luogo la svolta fatale nella politica ebraica del Terzo Reich: allora Hitler ordinò lo sterminio degli Ebrei europei e in pari tempo dispose che le azioni omicide avrebbero dovuto essere effettuate con un rigoroso mascheramento e nella più grande segretezza possibile. Wolfgang Scheffler (1982) sottolinea che tutte le decisioni essenziali sulla realizzazione dello sterminio in massa furono prese tra il marzo e il novembre 1941. Nell’attuazione dell’Olocausto però Hitler e Himmler furono condizionati dalle circostanze fattuali: “Alla fine il programma di sterminio si presentò così definito, gli inizi della realizzazione furono così vari come si erano sviluppati dall’agosto all’ottobre-novembre 1941”. Comunque, continua Scheffler, gli avvenimenti dimostrano che “tra la decisione di Hitler e la sua attuazione che si delineò rapidamente dovrebbe intercorrere solo un lasso di tempo di non meno di un mese e di non più di tre”.
Per finire, adduciamo brevemente anche le opinioni più recenti. Shlomo Aronson (1984) è giunto alla conclusione, in base alla coincidenza di molti fattori, che Hitler decise di uccidere gli Ebrei europei “nell’autunno inoltrato del 1941”. Anche secondo il parere di Saul Freidländer non si può dubitare dell’esistenza di un piano generale di sterminio nell’autunno del 1941: Hitler deve aver approvato questo piano di sterminio “in qualche momento dell’estate 1941”» (651).
Anche il congresso di Stoccarda, per quanto riguarda questo tema fondamentale, fallì completamente il suo obiettivo. Lungi dal comporre la controversia tra intenzionalisti e funzionalisti, il dibattito congressuale, da cui non emerse alcun elemento nuovo, l’accentuò, rivelando l’inconsistenza delle due interpretazioni in tutte le loro svariate sfumature, entrambe prive di riscontro documentario ed entrambe fondate su semplici congetture. Su un solo punto tutti i congressisti si trovarono d’accordo: un ordine scritto di sterminio non è mai esistito.
Riguardo invece all’esistenza di un ordine verbale di Hitler, intenzionalisti e funzionalisti ribadirono le loro posizione contrapposte. Gli intenzionalisti esaminarono la genesi della decisione del presunto ordine verbale in relazione agli ordini del Führer dell’estate 1941 agli Einsatzgruppen e in relazione all’“azione Reinhard” e ad Auschwitz.
Solo Jäckel continuò a sostenere la tesi estrema secondo cui l’intenzione di Hitler di sterminare gli Ebrei sarebbe risalita al 1919 (652).
Helmut Krausnick si occupò in modo specifico «delle testimonianze e degli indizi esistenti circa l’eventuale impartizione di un ordine di fucilazione degli Ebrei». Su questo tema egli ammise:
«Riguardo alle questioni relative a quando, dove, da chi e per quale cerchia di persone un tale ordine fosse stato trasmesso agli Einsatzgruppen, le deposizioni rese dopo la guerra non concordano - o non concordano più».
Egli aggiunse che
«più importante della questione di chi abbia trasmesso l’ordine di uccisione, è indubbiamente quella di sapere se e quando sia stato impartito, e a quale cerchia di persone» (653).
Alcuni capi di Einsatzkommandos asserirono che l’ordine generale di uccisione era stato emanato «tra la fine di luglio e la fine di agosto» del 1941, altri, «prima del 22 giugno 1941» (654), tesi con la quale concordava Krausnick.
Anche Alfred Streim sottolineò che
«mentre sull’esistenza dell’ordine verbale del Führer non esistono dubbi, fino ad oggi, nonostante la chiarificazione sistematica dei crimini degli Einsatzgruppen, non si è potuto chiarire in modo definitivo chi, in che tempo, in che luogo abbia trasmesso ai capi degli Einsatzgruppen e ai comandanti di Einsatzkommandos o Sonderkommandos l’ordine di sterminio di tutti gli Ebrei».
La questione restava insoluta, anche perché «in definitiva non è ancora chiarito chi abbia trasmesso l’ordine del Führer agli Einsatzgruppen» (655).
In contrasto con Krausnick, Streim asserì che «il relativo ordine dovrebbe essere stato impartito solo parecchie settimane dopo l’inizio della campagna di Russia» (656). Circa il suo carattere, Streim propugnò la tesi, accolta anche da altri congressisti, dell’ordine «indeterminato»:
«In definitiva, è degno di nota che l’ordine generale di sterminio agli Einsatzgruppen non è stato impartito in un luogo determinato, in un tempo determinato come direttiva in sé conchiusa - come si è ammesso finora; piuttosto sono state impartite parecchie direttive singole che, messe insieme, produssero alla fine ciò che noi oggi intendiamo nel nostro linguaggio per “ordine del Führer”» (657).
Browning si spinse ben oltre, dichiarando che Himmler e Heydrich sapevano perfettamente che cosa Hitler si aspettasse da loro, sicché, riguardo all’ordine di sterminio, «Hitler non si deve essere espresso necessariamente in modo così esplicito», potendo bastare a tal fine un semplice «cenno della testa» (658).
Czesław Madajczyk affermò invece che la decisione circa la sorte degli Ebrei dell’Unione Sovietica fu presa «probabilmente tra il marzo e il maggio 1941» (659), mentre Hillgruber ribadì che «l’uccisione sistematica degli Ebrei sul territorio sovietico che doveva essere conquistato era cosa decisa al più tardi nel marzo 1941» (660).
Yehuda Bauer giunse alla conclusione che «all’inizio non ci fu un ordine chiaramente formulato di sterminare completamente la popolazione ebrica» (661). Esso fu impartito nell’estate del 1941 (662) ed aveva perfino una «versione» scritta:
«La lettera di Göring dovrebbe dunque essere considerata inequivocabilmente come una versione dell’ordine del Führer»,
per cui, «l’opinione che noi non abbiamo un ordine scritto del Führer dev’essere riveduta. Noi abbiamo una versione dell’ordine del Führer» (663).
Nella sua relazione su Auschwitz, Bauer sostenne che «Auschwitz e il massacro nell’Unione Sovietica furono contemporanei» (664) e che questo campo «fu considerato come parte del piano della soluzione finale già dall’estate del 1941» (665), incorrendo nelle decise smentite di Madajczyk, Rückerl e Hilberg (666).
I funzionalisti, dal canto loro, mantennero rigidamente la loro posizione. Schleunes affermò che la genesi della decisione del presunto sterminio fu «caotica» come il periodo del terrore durante la rivoluzione francese o la fase iniziale della rivoluzione bolscevica. Hitler parlava seriamente della creazione di una comunità nazionale ariana, ma non sapeva in che modo ottenerla.
«Che a tal fine fosse necessaria una soluzione della questione ebraica, era chiaro, ma non lo era come si dovesse risolvere la questione. Altrettanto poco chiaro dovette essere all’inizio che la soluzione sarebbe diventata estremamente radicale».
Questa soluzione fu la «radicalizzazione cumulativa» del conflitto di competenze tra varie istanze nazionalsocialiste che volevano dare il loro contributo all’epurazione della comunità nazionale tedesca per realizzare l’ideale della purezza razziale (667).
Mommsen parlò di un «automatismo autoindotto che alla fine non ammette più altra soluzione che la liquidazione totale», precisando che «tuttavia questo processo si può spiegare solo in minima parte con un intervento diretto di Hitler»:
«Io mi oppongo decisamente - aggiunse Mommsen - alla equiparazione tra le dichiarazioni classico-ideologiche, dunque radical-antisemite di Hitler e di altri, le quali tendevano allo sterminio degli Ebrei tedeschi, e la trasposizione di questa rappresentazione visionaria dell’obiettivo in una politica concreta. Le prime dichiarazioni sullo sterminio degli Ebrei nel caso di una guerra risalgono al 1933, allorché Dio sa quanto il Reich tedesco e Hitler erano relativamente lontani dal giungere ad una tale situazione. Indipendentemente da ciò che Hitler pensava al riguardo, è chiaro che l’opinione pubblica tedesca e anche i funzionari del regime che non avevano un atteggiamento specificamente radicale erano già abituati a questo linguaggio, a tal punto che lo interpretavano essenzialmente come supplemento retorico alla politica ebraica volta allo spodestamento e all’emigrazione. Perciò da queste dichiarazioni pubbliche di Hitler, Rosenberg ed altri, non si può trarre la conclusione che, chi avesse voluto sapere, avrebbe dovuto dedurre automaticamente da ciò una politica di soluzione finale imminente o in corso di attuazione».
Mommsen si disse convinto che «dopo questa spinta iniziale che sopravvenne in relazione al Kommissarbefehl, non fu necessario nessun altro atto formale del dittatore per mettere in moto la “soluzione finale”» e aggiunse:
«Noi non abbiamo nessuna documentazione sul fatto che Hitler internamente si sia espresso concretamente in qualche modo sullo sterminio sistematico degli Ebrei» (668).
Broszat ribadì che
«anche nello sterminio ebraico Hitler non fu assolutamente necessario come elemento principale, come colui unicamente che con la propria decisione mise in moto le relative attività. Per le misure omicide bastò la determinazione di molti altri. Questa determinazione era largamente diffusa soprattutto nell’ambito della Polizia di sicurezza e di coloro che avevano comandi territoriali all’Est. Hitler, il Führer carismatico, fu perciò necessario - e fu necessaria la possibilità di appellarsi a lui - affinché le misure risultanti da tale determinazione potessero diventare effettivamente la politica predominante del regime. Soltanto la possibilità di appellarsi a Hitler permise di conferire alle criminali misure omicide la “santità” di una politica ideologica assicurata dal Führer carismatico. Ma per questo non ci fu bisogno di un ordine, bastò, per così dire, un cenno della testa di Hitler. Ciò per me significa: Hitler è stato indispensabile per il processo complessivo dello sterminio ebraico, ma in nessun modo come “acting leader”, bensì come l’indispensabile istanza legittimatrice» (669).
Per questi studiosi era illusorio parlare non solo di un ordine specifico, ma anche di un piano sistematico di sterminio. Mommsen dichiarò al riguardo:
«Ci si dovrebbe liberare dell’illusione che nella cerchia governativa più riservata si sia discussa sistematicamente in qualche momento la soluzione finale della questione ebraica o della questione ebraica mondiale» (670).
E Broszat asserì che la concezione storica di una politica nazionalsocialista mirante fin dal principio allo sterminio degli Ebrei è insostenibile: «Essa è troppo unidimensionale e manca di sufficiente autenticità» (671).
Anche riguardo alla motivazione della presunta decisione, al congresso di Stoccarda vennero alla luce contrasti insanabili. Broszat affermò che
«Hitler, nella primavera e nell’estate del 1941, su pressione di parecchi Gauleiter e del Governatore generale, aveva promesso, tanto grandiosamente quanto sconsideratamente, che i loro territori sarebbero stati resi in breve tempo liberi da Ebrei - promesse che allora evidentemente furono fatte in vista della preparazione o dell’inizio della guerra contro la Russia, ma si basavano anche sull’attesa che questa guerra si sarebbe conclusa con successo entro l’inizio dell’inverno e allora si sarebbero offerte possibilità per così dire illimitate di espellere gli Ebrei in un territorio molto lontano al di là dell’impero tedesco dell’Est. Quando ciò si rivelò un errore fatale, ma nel Reich il programma di deportazione era già preparato e in corso, nell’autunno del 1941 si giunse alle conclusioni e alle soluzioni già ripetutamente menzionate, ma, come loro effetto, anche alla terribile conseguenza che non sembrò esserci nessun’altra “via d’uscita” che ulteriori programmi d’uccisione. Ciò portò prima all’azione “Reinhard”, allo scopo di eliminare soprattutto gli Ebrei polacchi, poi, con la grande installazione di Auschwitz-Birkenau come presupposto tecnico, allo sterminio in massa anche degli Ebrei tedeschi e europei» (672).
Browning si oppose decisamente alla tesi di Broszat:
«Ciò significa che la spinta finale per lo scatenamento della soluzione finale non scaturì da difficoltà del trasferimento di Ebrei in Russia dopo i successi militari o dal sovraffollamento dei ghetti. La spinta scaturì piuttosto dall’euforia della vittoria dell’estate 1941. Le grandi vittorie dei primi mesi della campagna di Russia suscitarono la convinzione che presto tutta l’Europa sarebbe stata alla mercè dei nazionalsocialisti. In realtà poi la soluzione finale fu attuata in condizioni molto diverse, cioè durante rovesci militari e successivamente nel corso di una sconfitta imminente. Ma il sistema nazionalsocialista non poteva tornare indietro. Una volta messo in moto, il programma di uccisione sviluppò una sua propria forza motrice» (673).
Il tema scelto da Hilberg per la sua relazione fu «L’azione Reinhard» (674). Egli, in riferimento allo sviluppo del presunto processo di sterminio, premise subito che «molto, su questo sviluppo, resterà sempre nell’oscurità», in quanto le relative decisioni e iniziative erano state prese «verbalmente» (675). Circa il presunto ordine di sterminio, Hilberg, al pari degli altri congressisti, formulò mere congetture senza alcun supporto documentario:
«In quell’estate [del 1941] Hitler deve aver impartito a Himmler un ordine inequivocabile di sterminio fisico del popolo ebraico. Himmler lo trasmise senz’altro a varie persone, tra cui Heydrich, il quale comunicò a sua volta la decisione al capo della Gestapo, Heinrich Müller, e ad Eichmann. Tra di esse, ci fu anche Höss, il tenebroso comandante di Auschwitz, e come terzo senza dubbio il capo della Polizia e delle SS del distretto di Lublino, Odilo Globocnick, che fu incaricato dell’azione Reinhard» (676).
Nella successiva discussione, Jäckel si oppose a questa congettura di Hilberg sulla base di un’altra congettura:
«Ho solo una breve domanda sulla datazione, signor Hilberg. Perché suppone che l’ordine di Hitler di cui ha parlato debba essere stato impartito soltanto dopo il 31 luglio? Noi sappiamo però che Himmler fu a Lublino il 20 e 21 luglio e lì parlò con Globocnik. Io invero ho sempre supposto che la direttiva di Himmler a Globocnik deve aver avuto luogo in uno di questi due giorni» (677).
Nell’«azione Reinhard», spiegò Hilberg, c’erano tre campi della morte: Bełżec, Sobibór e Treblinka, ma «per nessuno di essi si è potuta trovare finora una pianta del campo» (678). Inoltre, nella loro progettazione, «si improvvisò un po’ e si risparmiò molto» (679) ed essi furono costruiti «in condizioni primitive». Tutti e tre i campi erano privi di forni crematori (680). Egli ammise anche che la fase organizzativa dell’«azione Reinhard» può suscitare vari interrogativi:
«Perché tre campi e non uno solo?
Perché furono costruiti uno dopo l’altro, prima Bełżec, poi Sobibór e infine Treblinka? Perché all’inizio ci furono solo tre camere a gas se poi non bastavano?
Si potrebbe essere propensi a rispondere che i progettisti non conoscevano tutta l’estensione del loro compito, che procedevano a tastoni verso la meta senza averla in vista. Ciò non è del tutto inconcepibile, ma non è certo la spiegazione completa e forse neppure la più importante. In breve, si tratta di un difficile problema amministrativo. Il Terzo Reich, per una “soluzione finale della questione ebraica” non aveva specificamente né un’autorità centrale, né un proprio capitolo di bilancio» (681).
Ma questa era una semplice congettura per tentare di spiegare le contraddizioni summenzionate.
La struttura “dimostrativa” della relazione, per quanto riguarda i presunti campi di sterminio, è in sintesi quella nell’opera definitiva del 1985, ma con una concessione a fontamatici «progetti di impianti di gasazione» (682) che ovviamente non furono mai trovati e che egli in tale opera smentì apertamente, asserendo: «Le informazioni relative al numero e alle dimensioni delle camere a gas che erano nei campi, non si basano su documenti, ma sui ricordi dei testimoni» (nota 43 a p. 1052).
In una intervista pubblicata nel 1994, Hilberg ribadì che la presunta distruzione degli Ebrei d’Europa si era attuata «senza finanziamenti, centralizzazione o pianificazione» e, riguardo all’«azione Reinhard» affermò:
«Il problema vero sta nel chiedersi come riuscirono a commettere un crimine fino a tal punto mostruoso con così pochi mezzi, materiali e umani. Consideriamo i centri di sterminio: solo 92 militari tedeschi lavoravano a Treblinka, Sobibór e Bełżec, più alcune centinaia di Ucraini. Novantadue Tedeschi nella Polonia occupata riuscirono a uccidere, in quei tre centri di sterminio, quasi un milione e mezzo di Ebrei» (683).
Ma una tale concezione era in aperto contrasto con quella canonica di un’ «azione Reinhard» provvista di un’autorità centrale (Globocnik) centralizzata e pianificata, e forse per questo nell’ edizione definitiva della sua opera Hilberg rinunciò alla denominazione storiografica ufficiale di «azione Reinhard», in cui l’interpretazione storiografica ufficiale vede notoriamente il nome di Reinhard Heydrich.
In fatto di dubbi, al convegno di Parigi Adam aveva rilevato:
«Utilizzare il nome del capo del RSHA [Heydrich] scomparso sarebbe stata una scelta non solo impropria, ma anche irriverente: d’altra parte, quale rapporto avrebbe potuto esserci tra l’assassinio di Ebrei polacchi e i Cechi autori dell’attentato? (684). Il nome evoca senza dubbio più verosimilmente quello del segretario di Stato alle Finanze, Fritz Reinhardt, un ortografo che si ritrova precisamente in certi documenti dell’operazione Reinhard(t)» (685).
Ma ci si può chiedere anche quale rapporto avrebbe potuto esserci tra il segretario di Stato alle Finanze e il presunto assassinio di Ebrei polacchi: a meno che l’«azione Reinhard» fosse non già un progetto di sterminio, ma di evacuazione e di spoliazione di Ebrei, come del resto è attestato dai documenti (686).
Sopra ho riportato la domanda dell’avvocato Christie a Hilberg se l’esistenza del presunto ordine di sterminio di Hitler fosse un articolo di fede basato sulla sua opinione. Egli rispose che non era affatto un articolo di fede, ma una conclusione. I risultati del convegno di Parigi e del congresso di Stoccarda dimostrarono invece che era effettivamente un articolo di fede basato su un’opinione personale o un’opinione personale assunta come articolo di fede.
Un ulteriore spergiuro di Hilberg.
Apparentemente Hilberg era un intenzionalista, anzi un intenzionalista radicale, sostenitore di una teoria «telepatica» della genesi del presunto «processo di distruzione». Di fatto, egli era un cripto-intenzionalista, fautore di una sorta di metafisica della storia che era preordinata da secoli allo sterminio degli Ebrei come «punto di arrivo di un’evoluzione ciclica» (p. 6) e nella quale i Tedeschi erano predestinati allo sterminio ebraico:
«L’idea di sterminare gli Ebrei aveva preso corpo in un lontano passato. Se ne può rintracciare un’allusione ancora molto velata nella lunga omelia di Martin Lutero contro gli Ebrei. Lutero li paragonava al Faraone ostinato dell’Antico Testamento:“Mosè - diceva - non poté emendare il Faraone né con i flagelli né con i miracoli, nemmeno con le minacce e le preghiere; fu costretto a lasciarlo inghiottire dal mare”. Nel corso del XIX secolo, la suggestione di una distruzione totale si insinuò, assumendo una forma più precisa e definita, all’interno di un discorso pronunciato al Reichstag dal deputato Ahlwardt. Gli Ebrei come i Thungs, dichiarò Ahlwardt, erano una setta melefica che bisognava “sterminare”» (p. 417).
Questi «parallelismi storici» costituivano per Hilberg dei «precedenti del processo di distruzione»(p. 29), anzi, una vera e propria «strada della distruzione» che era stata «tracciata nei secoli passati», ma si era interrotta «a metà percorso» (p. 12).
L’«evoluzione ciclica» ad esso preordinata si svolse in tre fasi:
«Dopo il quarto secolo della nostra era, si manifestarono in successione tre politiche antiebraiche: quella della conversione, quella dell’espulsione e quella dell’annientamento. La seconda comparve in sostituzione della prima e la terza della seconda» (p. 6).
La terza fase, quella del presunto annientamento nazionalsocialista, riproduceva a sua volta questo schema teleologico, in quanto Hilberg considerava «definizione», «espropriazione» e «concentramento» come stadi del «processo di distruzione» (p. 81, 163), che nella sua opera diventa una sorta di automatismo impersonale che procedeva per forza propria:
«La distruzione degli Ebrei non fu accidentale. Nei primi giorni del 1933, quando il primo funzionario redasse la prima definizione di “non ariano”, il destino del mondo ebraico europeo fu segnato» (p. 1124).
Queste fisime metastoriche si addicono più a un teologo che a uno storico e ciò giustifica pienamente il relativo giudizio di Faurisson riguardo a Hilberg.
Il capitolo sui «centri di sterminio», come ho rilevato nell’Introduzione, rappresenta la quintessenza de La distruzione degli Ebrei d’Europa, alla quale l’intera opera mira come scopo ultimo, in funzione del quale si giustifica e trova la sua ragion d’essere. Non a caso Hilberg pretendeva di essere uno specialista in gasazione di Ebrei. Tuttavia egli non ha mai prodotto alcuno sforzo personale di ricerca documentaria in questo campo fondamentale della sua specializzazione. Egli non si è curato affatto di ricercare eventuali documenti sui «centri di sterminio» in loco, in Polonia, non ha avuto neppure la curiosità di visitare archivi essenziali come quello del Museo di Auschwitz o importanti come quello del Museo di Lublino-Majdanek o di Stutthof, né di ispezionare i luoghi: ha semplicemente fornito un riassunto della letteratura olocaustica dell’epoca.
L’ossatura della sua descrizione dei campi di Chełmno, Bełżec, Sobibór e Treblinka è costituita dal libro curato da Adalbert Rückerl NS-Vernichtungslager im Spiegel deutscher Strafprozesse (687) - un resoconto dei processi celebrati nell’allora Germania occidentale su questi campi - citato da Hilberg almeno quaranta volte. Per quanto riguarda Auschwitz, prescindendo dalle scarne testimonianze, la sua esposizione si basa essenzialmente sull’articolo del giudice Jan Sehn Concentration and extermination camp at Oświęcim (Auschwitz-Birkenau), senza però disdegnare il libro crassamente propagandistico di Filip Fridman This was Oświecim (688). Egli, in questo capitolo, ignora fonti all’epoca imprescindibili, come Nationalsozialistische Massentötungen durch Giftas. Eine Dokumentation (689), o Les chambres à gaz ont existé. Des documents, des témoignages, des chiffres, di Georges Wellers (690), o Auschwitz. Nazi Extermination Camp (691), o le numerose opere di Hermann Langbein, ma soprattutto, incredibilmente, non fa alcun riferimento al processo Auschwitz di Francoforte, che fu celebrato dal dicembre 1963 all’agosto 1965 e sul quale erano disponibili due resoconti: Der Auschwitz-Prozess. Eine Dokumentation, di Hermann Langbein (692) e Auschwitz. Bericht über die Strafsache gegen Mulka u.a. vor dem Schwurgericht Frankfurt, di Bernd Naumann (693).
Nel paragrafo dedicato a «I processi», che comincia a p. 1144, Hilberg, incredibilmente, non menziona né il processo Höss (11-29 marzo 1947), né il processo della guarnigione del campo di Auschwitz (25 novembre-16 dicembre 1947) né il processo Auschwitz di Francoforte!
Nella sua esposizione sui «centri di sterminio», Hilberg si è dunque basato essenzialmente su fonti letterarie olocaustiche, per di più oltremodo lacunose.
Per quanto riguarda le testimonianze, la prima osservazione che si impone è il fatto che egli accetta o comunque presenta aprioristicamente come veritiere tutte le testimonianze, grazie soprattutto alla sua pratica ordinaria dell’estrapolazione dal contesto.
Al processo Zündel, egli dichiarò candidamente che la sua metodologia, nella trattazione delle testimonianze, consisteva nel discernere le parti attendibili e veritiere da quelle inattendibili e non veritiere e nel citare «fuori contesto» le prime e nel tacere le seconde, senza informare della loro presenza.
In tal modo egli crea una concordanza di testimonianze puramente illusoria, un contesto fittizio costituito da singoli elementi estrapolati da varie testimonianze le quali non solo sono in contraddizione reciproca, ma presentano anche parti inattendibili e non veritiere che ne infirmano il valore.
La metodologia adottata da Hilberg è evidentemente truffaldina, in quanto mira a far credere che tutte le testimonianze siano veritiere e convergenti tacendo le contraddizioni, le falsità e le assurdità che contengono.
Due emuli di Hilberg, Michael Shermer e Alex Grobman, hanno sancito un decalogo di metodologia storiografica il cui punto 2 recita: «La fonte ha presentato altre tesi chiaramente esagerate? Se un individuo è noto per avere travisato i fatti in precedenza, ciò chiaramente mina la sua credibilità» (694). Questo principio mina la credibilità di tutte le testimonianze presentate da Hilberg. Ciò vale in particolare per quelle di Gerstein e di Höss, nelle quali, al processo Zündel, Hilberg ammise esplicitamente la presenza di elementi non veri o non credibili.
Come ha rilevato Gie van den Berghe, Hilberg «considera un avvenimento sufficientemente provato se un testimone oculare l’ha menzionato». Anzi, egli tenta addirittura di surrogare i documenti - che non conosceva - con singole testimonianze, sempre puntualmente smentite dai documenti, come ad esempio riguardo alle installazioni igieniche di Lublino-Majdanek e di Auschwitz.
Un altro criterio di giudizio impiegato da Hilberg per considerare un avvenimento sufficientemente provato è la sua ripetizione letteraria: se due o più testimoni raccontano il medesimo evento, esso per Hilberg è reale.
Ma la ripetizione di una menzogna non trasforma certamente la menzogna in verità, perciò questo non può essere un criterio di veridicità. E infatti parecchi testimoni hanno dichiarato concordemente il presunto evento dello sterminio ad Auschwitz di quattro milioni di persone: ma questa ripetizione rende forse l’evento reale?
Hilberg adduce inoltre una serie di testimoni insignificanti, a volte addirittura anonimi («un poliziotto», «un ferroviere») che pone incredibilmente sullo stesso piano di testimoni importanti: tutti contribuiscono allo stesso modo a creare il suo tessuto narrativo.
I testimoni fondamentali su Auschwitz menzionati da Hilberg, oltre a Höss, sono Ella Lingens-Reiner, Gisella Perl e Olga Lengyel, complessivamente citate più di venti volte; esse sono tanto importanti che Robert Jan van Pelt, nella sua ponderosa opera su Auschwitz (695), non menziona mai nessuna delle tre.
Il testimone principale, Filip Müller, citato da Hilberg almeno quindici volte e da lui definito «una persona straordinaria, precisa, attendibile», era, come ho documentato sopra, un fantasioso plagiario.
Charles Sigismund Bendel era invece un volgare impostore,
al pari di Miklos Nyiszli, di cui Hilberg ignorava incredibilmente il libro Auschwitz. A Doctor’s Eyewitness Account (696).
La sua credulità appare, per contrasto, ancora più sorprendente se si mette a confronto con l’atteggiamento almeno parzialmente critico di Gerald Reitlinger nei confronti dei «racconti dei superstiti» (697).
La metodologia di Hilberg riguardo ai documenti non è meno aberrante.
Essa si basa infatti su tre presupposti indimostrati:
l’esistenza a priori di un ordine di sterminio di Hitler,
di «centri di sterminio» e
di un «linguaggio in codice».
Conseguentemente, il suo argomentare si esplica in un circolo vizioso
in cui il presunto ordine di Hitler e gli «eufemismi» che apparirebbero nei documenti tedeschi “dimostrano” la realtà dei «centri di sterminio» e i «centri di sterminio» “dimostrano” la realtà dell’ordine di Hitler e degli «eufemismi».
Ciò appare particolarmente lampante nella sua manipolazione dei documenti tedeschi contenenti il termine “Endlösung”, i quali, per la semplice presenza di questo termine, vengono da lui aprioristicamente presentati come altrettante “prove” del presunto progetto nazionalsocialista di sterminio ebraico, anzi, addirittura, come la “prova” dell’esistenza di un ordine di sterminio di Hitler!
In tal modo egli ha operato un travisamento sistematico dei documenti, corredato di omissioni di documenti importanti o di parti importanti di documenti citati, e talvolta anche di vere e proprie menzogne, fino allo spergiuro.
Questa straordinaria carenza di senso critico, nel capitolo in questione, si estende anche alla storiografia olocaustica, trasformandosi in una sorta di autoritarismo storico che non ammette discussione. Hilberg presenta le sue opinioni riguardo alla genesi del presunto sterminio ebraico in modo apodittico, non come congetture tra altre congetture, ma come fatti assodati, come certezze indiscusse, senza il minimo accenno ai dibattiti che su questo argomento si erano accesi tra gli storici olocaustici proprio all’inizio degli anni Ottanta e ai quali aveva partecipato egli stesso. Egli non menziona mai le controverse interpretazioni dei suoi colleghi, ma, citando e travisando fonti documentarie e testimoniali, vuole accreditare la propria interpretazione come unica e autorevole. Forte della mole della sua opera e dei suoi riferimenti, Hilberg si atteggia ad autorità ad di sopra delle parti, ma in quei dibattiti i suoi colleghi non gli riconobbero alcuna particolare autorità e trattarono le sue opinioni alla stregua di quelle di qualunque altro storico. Il suo ruolo non fu mai di primo piano.
In definitiva, il «processo di distruzione» degli Ebrei europei descritto da Hilberg nell’edizione definitiva de La distruzione degli Ebrei d’Europa e soprattutto nel capitolo IX, «I centri di sterminio», è caratterizzato da faciloneria e credulità nella raccolta delle fonti, capziosità e malafede nel loro uso ed è pertanto documetariamente infondato e storicamente inconsistente.
Note:
(645) Ebehard Jäckel, Jürgen Rohwer (a cura di), Der Mord an den Juden im Zweiten Weltkrieg. Entschlußbildung und Verwirklichung. Deutsche Verlags-Anstalt, Stoccarda, 1985.
(646) Idem, p. 11.
(647) Idem, p. 12.
(648) Idem.
(649) Idem, p. 13.
(650) Idem, p. 61.
(651) Idem, pp. 61-63.
(652) Idem, p. 189.
(653) Idem, p. 91.
(654) Idem.
(655) Idem, p. 115.
(656) Idem, p. 112.
(657) Idem, p. 117.
(658) Idem, p. 186.
(659) Idem, p. 202.
(660) Idem, p. 188.
(661) Idem, p. 170.
(662) Idem, p. 166.
(663) Idem, p. 172.
(664) Idem, p. 178.
(665) Idem, p. 169.
(666) Idem, pp. 174-177.
(667) Idem, pp. 80-81.
(668) Idem, pp. 192-193.
(669) Idem, p. 211.
(670) Idem, p. 67.
(671) Idem, p. 179.
(672) Idem, pp. 183-184.
(673) Idem, p. 186.
(674) Idem, pp. 125-136.
(675) Idem, p. 125.
(676) Idem, p. 126.
(677) Idem, p. 137.
(678) Idem, p. 127.
(679) Idem.
680) Idem, p. 129.
(681) Idem.
(682) Idem, p. 128.
(683) La distruzione degli Ebrei d’Europa, op. cit., “Nota introduttiva” di Frediano Sessi, p. XIII e XV.
(684) Heydrich morì il 4 giugno 1942 in conseguenza delle ferite riportate in un attento eseguito da partigiani cechi.
(685) L’Allemagne nazie et le génocide juif , op. cit., nota 70 a p. 259.
(686) Mi riferisco in particolare al carteggio contrassegnato PS-4024, che contiene numerosi documenti dell’«azione Reinhard».
(687) Deutscher Taschenbuch Verlag, Monaco, 1977.
(688) Londra, 1946.
(689) A cura di Eugon Kogon, Hermann Langbein, Adalbert Rückerl e altri. S. Fischer Verlag, Francoforte sul Meno, 1983.
(690) Gallimard, Parigi, 1981.
(691) A cura di J. Buszko. Interpress Publishers, Varsavia, 1978.
(692) Europa Verlag, Vienna, 1965.
(693) Athäneum Verlag, Francoforte sul Meno-Bonn, 1965.
(694) Michael Shermer e Alex Grobman, Negare la storia. L’Olocausto non è mai avvenuto: chi lo dice e perché, Editori Riuniti, Roma, 2002, pp. 314-315.
(695) R.J. van Pelt, The Case for Auschwitz. Evidence from the Irving Trial. Indiana University Press, Bloomington and Indianapolis, 2002.
(696) Fawcett Crest, New York, 1961.
(697) G. Reitlinger, La soluzione finale. Il tentativo di sterminio degli Ebrei d’Europa 1939-1945, op. cit., pp. 651-652.
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17:55 Scritto da: prussian-blue in Browning,cenno della testa, dawidowicz lucy, Douglas Christie, Lager Treblinka, Lager Belzec, Lager Lublino-Majdanek, Lager Sobibor, nyiszli miklos, Sobibor ,Treblinka,Majdanek, Soluzione finale - Endlösung, SS-Brigadeführer Globocnik, SS-Gruppenführer Heydrich, SS-Obersturmbannführer Höss, SS-Sturmbannführer Eichmann, Testimoni falsi e falsari | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Tag: browning, cenno della testa, dawidowicz lucy, douglas christie, lager belzec, lager di treblinka, lager lublino-majdanek, lager sobibor, nyiszli miklos, sobibor, treblinka, majdanek, soluzione finale - endlösung, ss-brigadeführer globocnik, ss-gruppenführer r.heydrich, ss-obersturmbannführer r. höss, ss-sturmbannführer a. eichmann, testimoni falsi e falsari |
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