14 settembre 2011

326- 1 L'«IRRITANTE QUESTIONE» DELLE CAMERE A GAS OVVERO DA CAPPUCCETTO ROSSO AD...AUSCHWITZ RISPOSTA A VALENTINA PISANTY

 Carlo MATTOGNO

L'«IRRITANTE QUESTIONE» DELLE CAMERE A GAS

OVVERO

DA CAPPUCCETTO ROSSO AD...AUSCHWITZ

RISPOSTA A VALENTINA PISANTY

Edizione riveduta, corretta e aggiornata

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2007

parte 1

 

MATTOGNO : Capucetto rosso

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PRESENTAZIONE

La prima edizione di quest'opera è stata data alle stampe dall'Editore Graphos di Genova nel 1998. Come avevo previsto, dopo la sua pubblicazione la dottoressa Valentina Pisanty,non sapendo che cosa replicare, si è ritirata in silenzio dalla scena, ritornando ad occuparsi del suo Cappucceto Rosso, salvo qualche occasionale incursione mediatica in cui ha sproloquiato le sue fantasie semiotiche sul revisionismo.

Ma ormai il seme velenoso aveva attecchito. E se ora si sentono persone di cultura italiane - che non hanno mai visto un libro revisionstico - asserire con supponenza che il revisionismo storico è scientificamente e metodologicamente nullo - lo si deve in massima parte a Valentina Pisanty.

La mia demolizione sistematica dei suoi sofismi è valsa a ben poco, data l'immensa sproporzione mediatica che è sempre esistita tra il suo libro e il mio. Non resta dunque che diffondere la mia risposta in rete. Ciò è tanto più necessario in quanto - in tempi in cui gli istigatori della Pisanty minacciano anche la libertà di espressione revisionistica - è importante mostrare che il revisionismo è ben altra cosa dall'immagine distorta e parodistica di esso che la Pisanty ha creato con le sue interpretazioni cavillose e truffaldine.

Il testo che presento è ovviamente riveduto, corretto e aggiornato.

MATTOGNO : Capucetto rosso

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INTRODUZIONE

Nel settembre 1996 su Le Nouveau Quotidien di Losanna sono apparsi due importanti articoli dello storico e romanziere francese Jacques Baynac, intitolati Come gli storici delegano alla giustizia il compito di far tacere i revisionisti1 e In mancanza di documenti probanti sulle camere a gas, gli storici schivano il dibattito2, nei quali l’Autore espone una lucida analisi del marasma in cui si dibatte la storiografia ufficiale.

Nel primo articolo, dopo aver denunciato il clima isterico acutizzato in Francia dall’affare Garaudy-abbé Pierre, Baynac rileva:

«In mezzo a questo tohu-bohu [caos] disastroso, si è levata una voce, chiara, netta. Senza dubbio, soltanto Simone Veil, ex deportata ed ex presidente del Parlamento europeo, poteva permettersi di guardare le cose in faccia e di violare un tabù senza rischiare l’ostracismo. “I negazionisti - ella dichiara a L’Evénement du Jeudi - hanno approfittato dei nostri errori. Non si può imporre una verità storica con la legge, anche se è lampante, qualunque siano i secondi fini di coloro che cercano di negare la Storia. La Storia dev’essere libera. Essa non può essere sottomessa a versioni ufficiali. La legge Gayssot permette ai negazionisti di apparire come martiri, vittime di una verità ufficiale. Grazie ad essa, i negazionisti possono far deviare il dibattito sulla libertà di espressione. Questa legislazione ha spinto l’abbé Pierre a prendere le difese di Garaudy, e vi si ostina. Senza questa legge, non ci sarebbe alcun affare abbé Pierre”.

Perché è stata promulgata questa legge che, secondo lo scrittore Dominique Jamet,

“trasforma i magistrati in inquisitori”? E come si è giunti a fare, secondo lo stesso autore, come “gli Stati totalitari di tipo moderno o arcaico dove il partito o la Chiesa, dopo aver fissato una dottrina ufficiale, affidano alla polizia e alla giustizia la missione di difenderla e di dare la caccia agli eretici”?

Perché, fin dall’inizio, si rifiuta il dibattito. Lo si rifiuta nell’aula di tribunale. Il giovane avvocato Arno Klarsfeld confessa ingenuamente che la legge Gayssot è stata fatta “onde evitare dei dibattiti scabrosi tra storici e pseudostorici” (Libération,17.7.96). Lo si rifiuta fuori dell’aula di tribunale. Il gran rabbino Sitruk, che l’aveva accettato il 28 aprile, ha dovuto rifiutarlo due giorni dopo. La Chiesa cattolica lo rifiuta col pretesto che il dibattito ha avuto luogo più volte. La LICRA3 lo rifiuta. Il MRAP4 lo rifiuta. La Lega dei diritti dell’uomo lo rifiuta. In breve, nessuno lo vuole e tutti imitano quelli che di primo acchito hanno dato l’intonazione: gli storici».

Baynac cita poi la conclusione dell’appello dei 34 storici francesi apparso su Le Monde il 21 febbraio 1979 - secondo la quale non bisogna chiedersi se lo sterminio ebraico è stato possibile: esso è stato possibile perché ha avuto luogo, e questo è il punto di partenza

1 «Comment les historiens délèguent à la justice la tâche de faire taire les révisionnistes», in: Le Nouveau Quotidien, 2 settembre 1996, p. 16.

2 «Faute de documents probants sur les chambres à gaz, les historiens ésquivent le débat», in: Le Nouveau Quotidien, 3 settembre 1996, p. 14.

3 Lega Internazionale contro il Razzismo e l'Antisemitismo.

4 Movimento contro il Razzismo e per l'Amicizia tra i Popoli.

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obbligato di qualunque indagine storica su questo argomento, sicché «non può esserci dibattito sulle camere a gas» -, e commenta:

«Se non si discerne bene ciò che ci sarebbe di “scabroso” nel rispondere per le rime ai revisionisti distruggendo le loro arguzie con degli argomenti e liquidando i loro cavilli con prove materiali, documenti solidi e cifre verificabili, se si vede ancora meno come il delicato fiore dell’ etablishment universitario ha potuto decretare che non bisogna interrogarsi su un oggetto storico, in compenso si vede bene che è il defilamento degli storici che ha costretto la società a rifilare il bebè mostruoso ai tribunali, poi - avendo certi giudici avuto la malaugurata idea di recalcitrare,perfino di scrivere nei loro considerandi che la questione dell’esistenza delle camere a gas era una questione di opinione - a fare una legge che permettesse di condannare automaticamente gli pseudostorici.La questione è dunque di sapere perché gli storici si sono defilati»5.

Baynac risponde a questa domanda nel secondo articolo. Dopo aver accennato allo scompiglio suscitato da Jean-Claude Pressac nella storiografia ufficiale con la sua drastica riduzione dei “gasati” di Auschwitz (470.000-550.000 nelle traduzioni italiana e tedesca del suo ultimo libro)6, egli affronta il nodo cruciale della questione:

«Bisogna essere grati a Pierre Bourez per aver finalmente osato porre la questione chiave, quella dell’estensione del campo scientifico di investigazione e, di conseguenza, quella della natura della storia scientifica e del suo metodo.

È qui, e da nessun’altra parte, che i negazionisti hanno teso la trappola agli storici, i quali l’hanno identificata fin dal 1979, ma, non sapendo come evitarla, si sono sottratti al loro dovere di accertare la realtà incaricando la Giustizia di dire la Verità.

Tutto il resto fu soltanto una conseguenza, e oggi ci ritroviamo con un problema che supera di gran lunga quello dell’esistenza delle camere a gas omicide nei campi nazisti. Ora è in gioco la questione della conoscibilità del passato. Quella della Storia.

Trarsi da questo passo falso sarà difficile e doloroso. Ma tergiversare ancora espone a vedere tutto il passato dissolversi dietro di noi, una eventualità poco piacevole quando l’avvenire è già così imprevedibile e il presente così inquietante.

Per salvare la Storia, bisogna partire dalla realtà... e restarvi. Le camere a gas sono esistite e hanno ucciso una quantità enorme di persone, omosessuali, ebrei, malati,zingari, slavi.

Questa certezza si fonda su due pilastri: le testimonianze dei superstiti e i lavori degli storici. Su tali basi, in questo dominio come in tutti gli altri, si sono sviluppati due discorsi, paralleli ma di natura diversa.

L’uno, ascientifico, in cui la testimonianza ha il primo posto. Leggere uno o più racconti, a fortiori una recensione seria sull’argomento, porta alla convinzione.

5 J. Baynac, «Faute de documents probants sur les chambres à gaz, les historiens ésquivent le débat», in: Le Nouveau Quotidien, 3 settembre 1996, p. 14.

6 J.-C. Pressac, Le macchine dello sterminio. Auschwitz 1941-1945. Feltrinelli, Milano, 1994, p. 173; Die Krematorien von Auschwitz. Die Technik des Massenmordes. Piper, Monaco, 1994, p. 202. L'edizione originale non contiene il relativo paragrafo: Les crématoires d'Auschwitz. La machinerie du meurtre de masse. CNRS Editions, Parigi, 1993.

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Anche se un testimone ha dimenticato un dettaglio, un altro esagerato un fatto,l’avvenimento resta valido: è esistito. [...].

Per lo storico scientifico, la testimonianza non è realmente la Storia, è un oggetto della Storia. E una testimonianza non ha molto peso, e pesa ancora meno se nessun solido documento la conferma. Il postulato della storia scientifica, si potrebbe dire forzando appena la mano, è: niente documento/i, niente fatto accertato.

Questo positivismo che conferisce una tale importanza al documento ha i suoi aspetti positivi e negativi. Quello positivo, è che la storia deve a questo metodo rigoroso di non essere una pura fiction, ma una scienza.

In quanto tale, essa è revisionista per natura, ossia negazionista.

La Terra è stata ritenuta a lungo piatta,ora lo si nega. Ne consegue che decretare l’arresto delle ricerche su un punto qualunque del campo scientifico è negare la natura stessa della scienza. Si vede dunque già apparire ciò che mette gli storici in una situazione insostenibile ponendo i negazionisti in buona posizione: dal momento in cui si è sul terreno scientifico, è vietato vietare di rivedere o negare. Farlo, significa uscire dal campo scientifico.

Significa abbandonarlo. Abbandonarlo a chi? Ai negazionisti.

L’aspetto negativo della storia scientifica consiste nel fatto che, in mancanza di documenti, di tracce o di altre prove materiali, è difficile, se non impossibile,stabilire la realtà di un fatto, anche se non c’è alcun dubbio che sia esistito, anche se è evidente. Il dramma è qui».

A questo punto J. Baynac si lascia sfuggire un’invettiva contro «queste carogne di nazisti» i quali non solo avrebbero perpetrato uno sterminio in massa, ma «hanno voluto uccidere sul nascere la possibilità di scrivere la sua storia». La totale mancanza di documenti su tale presunto sterminio sarebbe dunque il risultato di questa pretesa volontà nazista. Baynac presenta al riguardo alcune citazioni di storici ufficiali e continua:

«Si potrebbero moltiplicare le citazioni di storici, ma a che pro? Tutte dicono: non disponiamo degli elementi indispensabili per una pratica normale del metodo storico. Infine - e questa è la cosa più penosa da dire e da ascoltare, quando si sappia quale dolore e quale sofferenza sono così non negate, ma sospese - dal punto di vista scientifico non esiste testimonianza accettabile come prova indiscutibile. Non è una questione di legittimità o di credibilità. Dipende dalla natura stessa della testimonianza, natura di cui lo storico non può non tener conto senza negare la metodologia della sua disciplina. La vera trappola tesa dai negazionisti è qui, in questo dilemma davanti al quale hanno spinto a porsi gli storici. Volendo contraddirli sul terreno scientifico, li si induce a gridare:“Storici, i vostri documenti!” - e bisogna stare zitti per mancanza di documenti. Ma volendo opporsi ad essi adducendo delle testimonianze, li si sente sogghignare:“Niente documenti? Niente fatti. Voi fate della fiction, del mito, del sacro”».

Di fronte a questo dilemma, Baynac si chiede:

«Allora, che fare? Mobilitare ancora e sempre le divisioni pesanti mediatiche? I risultati si sono visti, e noi rischiamo di vedere i negazionisti vincere a questo sporco gioco esibendo improvvisamente un nuovo idolo mediatico e sostituendo il vecchio abate che hanno sfruttato fino all’osso. Sarebbe meglio imparare la lezione e constatare che, per vincere il negazionismo, bisogna scegliere tra due mali.

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O si abbandona il primato dell’archivio a favore della testimonianza, e, in questo caso, bisogna squalificare la storia in quanto scienza per riqualificarla immediatamente in quanto arte. Oppure si mantiene il primato dell’archivio e, in questo caso, bisogna riconoscere che la mancanza di tracce [le manque de traces] comporta l’incapacità di stabilire direttamente la realtà dell’esistenza delle camere a gas omicide.

A partire da qui, riconquistare il terreno scientifico sarà possibile nel rispetto del lento, laborioso e difficile terreno scientifico. Perché stabilire che i negazionisti hanno torto è possibile. Essi hanno infatti dimenticato un “dettaglio”: se la storia scientifica, in mancanza di documenti, non può stabilire la realtà di un fatto, essa può, con dei documenti, stabilire che l’irrealtà di un fatto è essa stessa irreale.

Stabilendo che l’inesistenza delle camere a gas è impossibile, si liquiderà definitivamente la pretesa del negazionismo di porsi come una scuola storica tra altre e lo si costringerà ad apparire per ciò che è sin dall’inizio: una ideologia,quella di una setta propugnatrice di una utopia reazionaria il cui mezzo e il cui fine sono di cambiare il passato escludendo il reale a vantaggio del virtuale»7 (corsivo mio).

* Nel 1995 ho scritto che il revisionismo

«è essenzialmente una metodologia storiografica, la normale metodologia storiografica applicata da tutti gli storici a tutte le branche della storia, coll’unica eccezione della tematica olocaustica. La negazione della realtà storica delle camere a gas omicide ne è la logica conclusione, in quanto questa storia è basata su prove che non resistono ad una critica storica seria»8.

Lo storico “antinegazionista” Jacques Baynac sottoscrive in via di principio questa definizione: egli dichiara che la storiografia è revisionistica per natura, riconosce che la testimonianza vale poco o nulla se non è confermata dal documento, ammette perfino che,sulla realtà delle camere a gas omicide, non esistono neppure “tracce” documentarie; tuttavia, sul piano pratico egli non solo afferma “ideologicamente” una realtà storica che non può essere provata né da testimonianze né da documenti, ma, sulla base di una metodologia storiografica fideistica, pretende addirittura di negare dignità scientifica al revisionismo perché ha il torto di mettere in atto «il postulato della storiografia scientifica»,cioè «niente documenti, niente fatto accertato»!

Quanto poi la mancanza di documenti sia da attribuire, con perfetto circolo vizioso, alla perfidia nazista (i nazisti hanno sterminato gli Ebrei ma hanno distrutto i documenti sullo sterminio, sicché questo non può essere dimostrato documentariamente, ma c’è stato lo

7 J. Baynac, «Faute de documents probants sur les chambres à gaz, les historiens ésquivent le débat», in: Le Nouveau Quotidien, 3 settembre 1996, p. 14.

8 Intervista sull’Olocausto. Edizioni di Ar, Padova, 1995, p. 11.

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stesso) risulta chiaramente dalla enorme mole di documenti sequestrati dai Sovietici ad Auschwitz nel 1945, ora accessibili a Mosca nell’archivio di via Viborgskaja9.

* Il defilamento degli storici ufficiali ha avuto per gli “antinegazionisti” altri effetti collaterali non meno disastrosi di quelli esposti da Baynac: il terreno lasciato libero dalla loro coraggiosa ritirata è stato presto invaso da una masnada di gazzettieri - brillanti imitatori di idee altrui, acuti chiosatori di libri che non hanno mai letto, sagaci interpreti di stralci di documenti d’archivio di terza mano, profondi conoscitori di luoghi che non hanno mai visto - destinati inevitabilmente ad essere travolti dall’inconsistenza dei loro stessi postulati.

Di questi veri e propri dilettanti allo sbaraglio, tra i quali spiccavano le grandi teste pensanti di Pierre Vidal-Naquet e di Deborah Lipstadt, mi sono già occupato altrove10.

Questo disperato assalto di sprovveduti è stato di recente affiancato da un subdolo attacco trasversale proveniente dal «delicato fiore dell’ etablishment universitario». Le grandi teste universitarie, volendo colpire il revisionismo restando al riparo dall’eventualità - tutt’altro che aleatoria - di perdere la faccia in un confronto personale - cominciano a mandare in avanscoperta un povero diavolo di studente, che fungerà da capro espiatorio, proponendogli una tesi di dottorato teleguidata. E il povero diavolo, vuoi per ambizioni carrieristiche, vuoi per vassallaggio adulatorio (il termine studentesco è molto più colorito),si trova sempre.

Questa nuova strategia, inaugurata nel 1996 in Francia da Florent Brayard sotto l’egida di Pierre Vidal-Naquet11, è apparsa ora anche in Italia, con il libro L’irritante questione delle camere a gas. Logica del negazionismo12 di Valentina Pisanty.

9 In questo archivio sono conservate, tra l’altro, circa 88.000 pagine di documenti della  Zentralbauleitung di Auschwitz, l’ufficio responsabile della costruzione dei crematori e delle presunte camere a gas omicide!

10 Olocausto: dilettanti allo sbaraglio. Pierre Vidal-Naquet, Georges Wellers, Deborah  Lipstadt, Till Bastian,Florent Brayard et alii contro il revisionismo storico. Edizioni di Ar, Padova, 1996; Olocausto: dilettanti a convegno. Effepi Edizioni, Genova, 2002; Olocausto: dilettanti nel web. Effepi, Genova, 2005; Ritorno dalla luna di miele ad Auschwitz. Risposte ai veri dilettanti e ai finti specialisti dell'anti-“negazionismo”. Effepi,Genova, 2006; riedizione ampliata: Ritorno dalla luna di miele ad Auschwitz. Risposte ai veri dilettanti e ai finti specialisti dell'anti-“negazionismo”. Con la replica alla “Risposta a Carlo Mattogno” di Francesco Rotondi, 2007, in: http://www.aaargh.com.mx/fran/livres7/CMluna.pdf.; Negare la storia? Olocausto: la falsa “convergenza delle prove”. Effedieffe Edizioni, 2006.

11 Florent Brayard, Comment l’idée vint à M. Rassinier. Naissance du révisionnisme. Fayard, Parigi, 1996. Vedi al riguardo il cap. VII (pp. 267-291) di Olocausto: dilettanti allo sbaraglio e l’opuscolo Rassinier, il revisionismo olocaustico e il loro critico Florent Brayard (Graphos, Genova, 1996) da esso tratto.

12 Bompiani, Milano, 1998.

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CAPITOLO I

I METODI DI LAVORO DI VALENTINA PISANTY

1) Da Cappuccetto Rosso ad Auschwitz

La prima iniziativa della nuova strategia messa in atto dal «fiore» universitario bolognese si rivela sin dalle prime pagine per ciò che realmente è: un tentativo pseudoscientifico di demolizione delle basi metodologiche del revisionismo. Vediamo perché.

L’irritante questione delle camere a gas, spiega l’Autrice,

«prende origine da una tesi di dottorato svolta sotto la supervisione di Umberto Eco,Patrizia Violi e Mauro Wolf» (p. 4)13.

La terza pagina di copertina ci informa inoltre che la Pisanty

«ha conseguito il dottorato di ricerca in Semiotica presso l’Università di Bologna».

Ci si può chiedere che cosa abbia a che fare la semiotica con la questione storica  dell’esistenza o inesistenza delle camere a gas omicide; la risposta è semplice: nulla. Infatti, come recita la dichiarazione programmatica dell’Autrice, il libro in questione non vuole essere un’opera storiografica:

«L’obiettivo principale di questo libro non è di confutare l’ipotesi cosiddetta revisionista con argomentazioni di tipo storico e con il supporto dei numerosissimi documenti a disposizione di chiunque li voglia consultare. Ritengo che una simile operazione di smontaggio storico sia già stata effettuata con successo da vari autori, tra cui Pierre Vidal-Naquet, i quali hanno a più riprese dimostrato l’infondatezza delle ipotesi interpretative di Rassinier e compagni se messe alla prova dell’evidenza documentaria.

Lo scopo che mi pongo è piuttosto di portare alla luce le strategie persuasive messe in atto dai negazionisti nella lettura dei documenti storici» (p. 2).

Questa dichiarazione è fin troppo scopertamente pretestuosa: la Pisanty pretende di analizzare una metodologia storiografica dal punto di vista puramente semiotico senza una preliminare analisi storica - che dà per scontata (Pierre Vidal-Naquet dixit) -, e senza una preliminare preparazione storica; ella pretende di giudicare in che modo uno storico interpreta un documento senza esaminare il valore storico del documento. Questo tipo di indagine, se fosse condotta sul serio, si esaurirebbe inevitabilmente in una sterile esercitazione retorica, senza alcun contatto con la realtà. Proprio qui sta la pretestuosità della dichiarazione summenzionata: per non restare sul piano nebuloso delle astratte categorie semiotiche, la Pisanty è costretta ad affrontare le problematiche storiche concrete

13 Per ridurre il numero delle note, indico la pagina del libro della Pisanty alla fine di ogni citazione.

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avanzate dai revisionisti, ad esprimere un giudizio sul loro valore storico, dunque a far rientrare dalla finestra ciò che aveva finto di cacciare dalla porta.

L’irritante questione delle camere a gas è pertanto un tentativo di confutazione delle argomentazioni storiche revisionistiche sotto la copertura semiotica.

La necessità di questa copertura appare manifesta quando si consideri che questa «tesi di dottorato» sulle camere a gas è nata e si è sviluppata non già - come ci si sarebbe aspettati

- in un Istituto di storia moderna e contemporanea, bensì in un Istituto di semiotica, in cui docenti e discenti hanno necessariamente una conoscenza della storia olocaustica pari a quella che i docenti e discenti di filosofia possono avere della fisica nucleare.

La necessità di questa copertura appare ancora più manifesta quando si consideri la competenza specifica della Pisanty, essendo ella una profonda esperta della storia di...

Cappuccetto Rosso! In una nota ella rimanda al suo unico libro scritto prima di quello in esame - Leggere la fiaba - per delucidazioni, sicuramente importantissime, «sulle numerose letture (in chiave etnologica, psicoanalitica, mitologica, alchemica, ecc.) della fiaba di Cappuccetto Rosso» (p. 265, nota 29). Da Cappuccetto Rosso ad Auschwitz: quale mirabile travaglio interiore!

2) I «Riferimenti bibliografici» generali

Considerate la qualificazione e la competenza specifica dell’Autrice, non stupisce che nel suo libro l’aspetto semiotico sia di gran lunga preponderante su quello storico. Poiché a me interessa invece esclusivamente quest’ultimo, lascerò da parte le prolisse e tediose analisi semiotiche - esercitazioni dialettiche con finalità prettamente accademiche, spesso abilmente pilotate per poter esternare il doveroso atto di vassallaggio adulatorio ai docenti.

Questo fastidioso groviglio di minuziose sofisticherie ha però anche uno scopo più pratico, rappresentando quello stratagemma che consiste nel «confondere l’avversario con un profluvio di parole» (p.275) che la Pisanty attribuisce naturalmente ai revisionisti.

A questo riguardo, la pomposa bibliografia presentata dalla nostra dottoressa è particolarmente rivelatrice. Delle 100 opere (libri e articoli) relative alla storiografia ufficiale elencate alla fine del libro (pp. 279-285), appena 20 - mal lette e mal digerite -sono di storiografia olocaustica, una decina di critica antirevisionistica; il resto è costituito da un’accozzaglia di opere di argomento disparato, da Che cosa è il cinema a L’idea deforme. Interpretazioni esoteriche di Dante, da Problemi di linguistica generale a i Falsi Protocolli (dei “Savi di Sion”), da Usi “politici” della preistoria indoeuropea a Sémiotique, da Contro l’antisemitismo a Introduzione alla filosofia della scienza, da Gli atti linguistici a Secret Societies and Subversive Movements, da L’analisi del discorso a Le pretese scientifiche del razzismo, da I formalisti russi a Retorica del complotto, da Lo spirito della narrazione a Le bouc émissaire, da Umberto Eco a Umberto Eco (la bibliografia elenca diligentemente 5 opere del “maestro” più una sesta in collaborazione)14.

14 La «tesi di dottorato» cita 9 volte Umberto Eco - il più importante “supervisore” - il quale, con il revisionismo e le camere a gas c’entra come i classici cavoli a merenda. La Pisanty trova il modo perfino di citare l’inizio del Nome della Rosa! (p. 198).

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Completato il quadro della qualificazione e della competenza della Pisanty, passiamo all’esame del suo libro.

3) Il titolo

Cominciamo dal titolo del libro, L’irritante questione delle camere a gas. Nell’Introduzione la Pisanty spiega:

«Nella prefazione alla seconda edizione di Passage de la ligne, il revisionista Paul Rassinier si riferisce all’ “irritante questione” delle camere a gas. [...]. Perché la questione delle camere a gas è descritta come irritante? Per il semplice motivo che essa costituisce il maggiore ostacolo incontrato da chi, come lui, voglia riabilitare il regime nazista» (p. 1).

Il ragionamento sembra stringente come un sillogismo aristotelico: il revisionista vuole riabilitare il regime nazista; le camere a gas sono il maggior ostacolo a questa riabilitazione, dunque le camere a gas sono una questione irritante. È un vero peccato che le due premesse siano false! Per quanto concerne la frase incriminata di Rassinier, non esiste alcuna “seconda edizione” del Passage de la ligne; questo scritto fu ripubblicato da Rassinier in Le Mensonge d’Ulysse (1955)15. D’altro canto nella prefazione a quest’opera Rassinier scrisse esattamente il contrario di ciò che pretende la Pisanty:

«Che degli stermini con i gas siano stati praticati mi pare possibile, se non certo: non c’è fumo senza arrosto»16.

Non a caso la citazione della nostra dottoressa è priva di riferimento alla fonte: niente editore, niente anno di pubblicazione, niente pagina.

Quanto poi alla seconda premessa, si tratta della ignobile calunnia di Deborah Lipstadt,alla quale ho già risposto per le rime altrove17.

In realtà, proprio perché gli storici ufficiali non sono in grado di uscire dal dilemma metodologico prospettato da Baynac, proprio perché non sanno che cosa rispondere sul piano scientifico alla domanda dei revisionisti: «Storici, i vostri documenti!», proprio per queste ragioni la questione delle camere a gas omicide è divenuta per loro la questione più irritante, tanto irritante che anche la Pisanty finge di occuparsene senza neppure sfiorare il nocciolo della questione.

4) La bibliografia revisionistica: preselezione del campo di indagine

Tra i rimproveri che la Pisanty muove ai revisionisti c’è quello secondo il quale essi «operano una preliminare selezione del materiale storico» (p. 13). Vedremo poi quanto questo rimprovero sia fondato. Qui rilevo che questo è in realtà proprio il principio metodologico generale che condiziona la struttura stessa del libro in oggetto. L’esame della

15 Florent Brayard, Comment l’idée vint à M. Rassinier. Naissance du révisionnisme, op. cit., p. 33 e 449.

16 Idem, p.282.

17 Vedi Olocausto: dilettanti allo sbaraglio, op. cit., pp. 145-152.

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bibliografia “negazionista” addotta dalla dottoressa Pisanty è sufficiente per mostrare apertamente quale sia la buona fede dell’Autrice.

La bibliografia contiene 32 titoli (pp. 285-286).

Per quanto riguarda l’aspetto qualitativo, la bibliografia è un’accozzaglia di libri, opuscoli e articoletti vari. Tra i titoli citati figurano:

- 4 opere letterarie (!) di Robert Faurisson,

- 2 opere di Maurice Bardèche che non hanno nulla a che vedere con il revisionismo,

- 3 opuscoli che sono da relegare nell’angolo delle curiosità storiografiche (The Myth of the Six Million e gli scritti di R.Harwood e di Th. Cristophersen),

- 1 scritto del “NOI (Nation of Islam)” che non ha niente a che fare con il revisionismo,

- 1 articolo apparso in forma anonima nelle Annales d’Histoire Révisionniste che formula ipotesi insensate le quali mettono in causa solo l’autore,

- 1 articolo molto modesto sul film Shoah apparso parimenti nelle Annales d’Histoire Révisionniste.

Dal punto di vista cronologico, le opere citate sono ripartite così:

- 16 titoli sono anteriori al 1980 (dal 1948 al 1978),

- 14 titoli sono anteriori al 1990 (dal 1980 al 1988),

- 2 titoli si riferiscono agli Novanta (1991 e 1995).

Gli unici due scritti apparsi negli anni Novanta menzionati dalla Pisanty sono il già menzionato libro (?) del “NOI” (The Secret Relationship between Blacks and Jews: il titolo è tutto un programma!) e il libro di Roger Garaudy, che si limita a divulgare qualche tesi revisionistica.

Quanto alla lingua, i titoli citati dalla Pisanty sono quasi tutti in italiano, francese ed inglese. I due soli autori tedeschi menzionati nella bibliografia sono citati in traduzione francese (Wilhelm Stäglich) o inglese (Udo Walendy) - e già da ciò si può desumere quale sia la conoscenza del tedesco dell’ Autrice. Particolarmente comica poi è la sua attribuzione del rapporto Leuchter - in tedesco! - a Udo Walendy18.

Che cosa significano questi dati? Per rispondere a questa domanda confrontiamo la finta bibliografia della Pisanty con la vera bibliografia revisionistica essenziale che ho riportato nel libro già citato Olocausto: dilettanti allo sbaraglio (pp. 308-309) e che rispecchiava abbastanza bene lo status delle conoscenze revisionistiche fino al 1995.

Dal punto di vista qualitativo, la bibliografia contiene tutti i più importanti contributi di ricercatori o divulgatori di buon livello: Enrique Aynat, John Ball, Jena-Marie Boisdefeu, Arthur Butz, Robert Faurisson, Jürgen Graf, Pierre Guillaume, Michael Hoffman, Robert Lenski, Pierre Marais, Germar Rudolf, Walter Sanning, Wilhelm Stäglich, Steffen Werner.

Per quanto concerne la data di pubblicazione, delle 30 opere menzionate:

- 2 sono anteriori al 1980,

- 9 sono anteriori al 1990,

- 19 opere sono apparse tra il 1990 e il 1995.

Quanto alla lingua:

18 U. Walendy ha soltanto pubblicato la traduzione tedesca di un estratto del rapporto americano di Fred Leuchter (An engineering report on the alleged execution gas chambers at Auschwitz, Birkenau and Majdanek Poland. Prepared for Ernst Zündel. April 5, 1988 by Fred A. Leuchter, Jr. Chief Engineer. Fred A. Leuchter, Associates, 231 Kennedy Drive Unit # 110, Boston, Massachusetts 02148).

Parte 2

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