14 settembre 2011
328- 3- L'«IRRITANTE QUESTIONE» DELLE CAMERE A GAS OVVERO DA CAPPUCCETTO ROSSO AD...AUSCHWITZ RISPOSTA A VALENTINA PISANTY
Carlo MATTOGNO
L'«IRRITANTE QUESTIONE» DELLE CAMERE A GAS
OVVERO
DA CAPPUCCETTO ROSSO AD...AUSCHWITZ
RISPOSTA A VALENTINA PISANTY
Edizione riveduta, corretta e aggiornata
2007
parte 3
MATTOGNO : Capucetto rosso
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Pisanty: «Nel contesto di Auschwitz [...] è abbastanza normale che il medico impiegasse l’espressione correntemente usata nel lager per designare le gassazioni» (p. 75).
Vidal-Naquet: «A Auschwitz, Kremer si esprime in un linguaggio semi-cifrato, quello che dominava nel campo in seno all’amministrazione SS»51.
Pisanty: «Nel farlo, egli [Faurisson] incorre inoltre in alcuni errori o distorsioni palesi: ad esempio, affermando che lo stesso Kremer si sia ammalato di tifo, egli sorvola sul fatto che la “malattia di Auschwitz”, che Kremer dichiara di avere contratto il 3.9.1942 e il 14.9.1942, non è affatto il tifo (nelle sue due forme - esantematica e addominale - contro le quali Kremer viene vaccinato), bensì una banalissima dissenteria» (p. 76).
Vidal-Naquet: «Infine, argomento che ricordo per mostrare come Faurisson legge i testi, è falso che Kremer abbia avuto il tifo52 e che quella che chiama la malattia di Auschwitz sia il tifo. Le indicazioni date nel Diario il 3 settembre, il 4 settembre e il 14 settembre mostrano con perfetta chiarezza che la malattia di Auschwitz è una diarrea con febbre moderata (38,7 il 14 settembre). Kremer è stato, di fatto, vaccinato contro due forme di tifo: esantematico e addominale»53.
Pisanty: «Sebbene si proclami “sterminazionista”, Jean-Gabriel Cohn-Bendit nega l’esistenza delle camere a gas e dunque può essere agevolmente inserito nel novero degli autori negazionisti» (p. 83).
Vidal-Naquet: «Per esempio il candido Jean-Gabriel Cohn-Bendit che si proclama, contrariamente ai suoi amici, “sterminazionista”, ma non crede all’esistenza delle camere a gas»54.
Pisanty: «Ciò significherebbe che non sono le persone (musulmani o 1600 persone) a essere messe in relazione diretta, bensì sono i luoghi di provenienza, segnalati dalla presenza di “aus”, a entrare in rapporto con le Sonderaktionen» (p. 82).
Vidal-Naquet: «Per J.-C. Cohn-Bendit, la parola essenziale è aus, “da” ...»55.
Pisanty: «In particolare, rimangono irrimediabilmente aperti alcuni quesiti: perché un convoglio dovrebbe essere definito azione o operazione? Perché un dottore dovrebbe assistere a un convoglio? Perché l’azione speciale dovrebbe riguardare anche donne provenienti dal campo stesso? Cohn-Bendit sostiene che tali donne vengano indirizzate verso altri campi. Ma allora, perché trasferire delle “musulmane”, visto che stanno per morire di inedia?» (p. 83).
Vidal-Naquet: «Ma allora, perché bisogna essere presenti (zugegen) a un convoglio? Perché un convoglio è un’azione? E perché un’ “azione speciale” si eserciterebbe anche su donne provenienti dal campo stesso? Cohn-Bendit supera quest’ultima difficoltà immaginando che le donne vengano trasferite a un altro campo. Ma per quale ragione trasferire a un altro
51 Idem, p. 109.
52 Per mostrare a mia volta come Vidal-Naquet e la Pisanty abbiano letto i testi, è falso che Faurisson abbia fatto una simile affermazione; egli riporta per di più il relativo passo del diario del dott. Kremer in francese, dove si parla esplicitamente di «crisi di diarrea» (crises de diarrhée). R. Faurisson, Mémoire en défense contre ceux qui m’accusent de falsifier l’histoire. La question des chambres à gaz, op. cit., p. 18.
53 P. Vidal-Naquet, Gli assassini della memoria, op. cit., p. 47. Vidal-Naquet dimentica di aver scritto poco prima: «Fin dal giorno del suo arrivo, Kremer è colpito dall’importanza del tifo esantematico» (p. 44).
54 Idem, p. 110.
55 Idem.
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lager donne giunte alla cachessia - questo il senso della parola “musulmani” usata da Kremer - quando la logica dell’uccisione finale è, essa, coerente?»56.
Il rapporto Gerstein
In questo capitolo la Pisanty plagia sfrontatamente non solo le mie indicazioni storiografiche relative alla storia processuale dei documenti, ma addirittura le critiche da me rivolte agli altri autori revisionisti nell'omonimo libro57, appropriandosi di esse senza il minimo riferimento alla fonte e spacciandole per proprie.
Nel paragrafo 2.5.2., «Il documento Gerstein dopo la morte dell’autore», ella riprende ciò che ho scritto nei paragrafi «Il documento PS-1553 al processo di Norimberga»58 e «Il documento PS-1553 nei processi successivi»59. In particolare, l’Autrice scrive:
«La versione T II [il PS-1553] del rapporto Gerstein venne scoperta negli archivi della delegazione americana durante il primo grande processo di Norimberga e presentata alla corte il 30.1.1946 dal procuratore generale aggiunto della Repubblica francese, Charles Dubost. Quella mattina, il documento venne rifiutato dal presidente del tribunale in quanto mancava un certificato che ne stabilisse l’origine: dunque, si trattava di un vizio di forma. Difatti, il pomeriggio stesso il procuratore generale britannico produsse l’affidavit per l’identificazione dell’originale e il documento fu accettato come autentico, con le scuse del presidente.
Inutile dire che alcuni negazionisti hanno invocato questo piccolo incidente giuridico quale prova definitiva della presunta inautenticità del documento in questione» (p. 98).
Ciò è giustissimo, ma la Pisanty dimentica di aggiungere di aver tratto l’intera questione dal mio libro summenzionato, dove ho narrato la storia di questo piccolo equivoco legale:
«Il 30 gennaio 1946, il procuratore generale aggiunto della Repubblica francese, Charles Dubost, presentò al Tribunale di Norimberga il documento PS-1553 come RF-350. Esso era stato trovato da un collaboratore di Dubost tra i documenti sequestrati dagli Americani. In tale occasione, il documento PS-1553 RF-350 fu al centro di una controversia di carattere puramente formale tra il Presidente del Tribunale e Dubost. Questa controversia, che verteva sull’ammissibilità del documento, ha fatto nascere la tesi, largamente diffusa nella letteratura revisionista,che esso sia stato respinto dal Tribunale come falso o apocrifo ... [segue la citazione del verbale dell’udienza del mattino].
Nell’udienza pomeridiana, Sir David Maxwell-Fyfe, procuratore generale aggiunto britannico, fornisce la dichiarazione giurata richiesta dal Presidente chiudendo la controversia...[segue la relativa citazione del verbale dell’udienza].Il documento PS-1553 RF-350 è stato dunque ammesso dal Tribunale, che ne ha preso atto»60.
56 Idem, p. 111.
57 Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso, op. cit.
58 Idem, pp. 19-25.
59 Idem, pp. 25-27.
60 Idem, pp. 19-23.
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Ben più grave è il plagio delle mie critiche dirette a vari autori revisionisti che si erano occupati del rapporto Gerstein prima di me, come risulta dal seguente confronto di testi.
Rassinier.
«Il primo negazionista a occuparsi del rapporto Gerstein è Paul Rassinier [...].Rassinier indugia sul mistero che circonda le circostanze della stesura del rapporto e della morte di Gerstein ma, nel farlo, avvolge di segretezza alcuni elementi che in realtà sono perfettamente limpidi. [...].
La seconda argomentazione impiegata da Rassinier riguarda prevedibilmente il rifiuto del Tribunale di Norimberga di includere il rapporto Gerstein tra le testimonianze formalmente valide, la mattina del 30.1.1946. Come abbiamo visto,l’incidente fu risolto poche ore dopo senza molto clamore. Ciò nonostante, secondo Rassinier, “il documento Gerstein era un falso storico così falso che lo stesso Tribunale di Norimberga l’aveva escluso come non probante, il 30 gennaio 1946”»(pp. 99-100).
(Seguono altre argomentazioni tratte - parimenti senza riferimento alla fonte - dal libro di Brayard)61.
Nel mio libro sul rapporto Gerstein ho riconosciuto il valore di alcune delle critiche mosse a Rassinier da Georges Wellers e ne ho aggiunte altre mie, tra l’altro, al riguardo ho rilevato:
«In secondo luogo, obietta Wellers, Rassinier si è limitato a fare varie supposizioni sul mistero della fine di Kurt Gerstein invece di ricercare quei documenti che lo hanno almeno in parte chiarito, come ha fatto Poliakov rivolgendosi alla Giustizia Militare francese.
Wellers ha ancora ragione a rimproverare a Rassinier di aver scritto che “il documento Gerstein era un falso storico, talmente falso che il Tribunale di Norimberga stesso l’aveva respinto come non probante, il 30 gennaio 1946”»62.
La Pisanty ha ripreso persino la mia osservazione finale adattandola opportunamente alla sua tesi. Io ho scritto:
«La letteratura revisionista successiva non ha fatto registrare progressi sostanziali nella critica del rapporto Gerstein, limitandosi a riprendere in varia misura le critiche di Rassinier».
La nostra dottoressa ha chiosato:
«Nonostante la fragilità di questa ipotesi, la lettura di Rassinier rimane per anni il riferimento principale di tutti i negazionisti che intendano smantellare la credibilità del rapporto Gerstein» (p. 102).
Butz
«Arthur Butz (1976) riporta la versione T II del rapporto in appendice al suo libro e commenta: “Risulta difficile credere che chicchessia intendesse che questo “rapporto” venisse preso sul serio. Alcuni punti specifici vengono esaminati qui ma,
61 F. Brayard, Comment l’idée vint à M.Rassinier, op. cit., pp. 337-338.
62 Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso, op. cit., p. 177.
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nel complesso, lascio che sia in lettore a meravigliarsene”. Le obiezioni avanzate [...] sono le seguenti [...];
il grado esatto del professor Pfannenstiel, che in un punto del rapporto è identificato come Obersturmbannführer, mentre altrove è definito Sturmführer,dimostrerebbe che l’autore del testo non può essere un membro delle SS. In realtà Pfannenstiel non viene mai chiamato Sturmführer nel testo di Gerstein, ma semmai Sturmbannführer, e comunque non si vede come un errore commesso da Gerstein a proposito dell’esatto grado di una persona che ha conosciuto superficialmente per pochi giorni, tre anni prima di redigere il suo rapporto, possa influire sulla credibilità complessiva del rapporto stesso; l’affermazione secondo la quale i detenuti dovevano marciare nudi in inverno sarebbe in evidente contrasto con il fatto che la visita di Gerstein a Belzec abbia avuto luogo in agosto. Qui Butz è fuorviato da un errore di omissione nella traduzione inglese di T II (naturalmente egli si guarda bene dal controllare il testo originale): “On me dit; aussi en hiver nus!” (“Mi si dice; nudi anche in inverno”) è reso in inglese come “Somebody says me: Naked in winter!” (pp. 102-103, corsivo mio).
Riguardo a Butz io ho rilevato:
«Arthur Butz pubblica la traduzione integrale del rapporto del 26 aprile (PS-1553) effettuata dalla delegazione americana a Norimberga. Egli riprende alcune critiche di Rassinier e rileva inoltre la contraddizione interna che “consiste nel riferire avvenimenti che ebbero luogo in agosto come se avessero avuto luogo d’inverno”.
Tuttavia nel PS-1553 si legge: “On me dit:63 aussi en hiver nus!” (“Mi si dice: anche d’inverno nudi!”)64. La contraddizione segnalata da Butz deriva da un errore di traduzione della delegazione americana: “Somebody says me: 'Naked in winter!'”
(“Qualcuno mi dice: 'Nudi d’inverno'!”). Lo stesso errore si trova nell’estratto del rapporto pubblicato nei “Trials of War Criminals”.
L’attribuzione del grado di SS-Sturmführer al prof. Pfannenstiel è invece un errore di Butz: sia il testo francese sia la traduzione americana del PS-1553 presentano in questo passo il grado di SS-Sturmbannführer, che è comunque in contraddizione,come abbiamo rilevato, con la successiva attribuzione del grado di “obersturmbannfuehrer” [sic]»65.
Al plagio del mio testo la Pisanty aggiunge una falsificazione delle conclusioni di Butz, il quale non ha dedotto dal presunto errore di grado summenzionato «che l’autore del testo non può essere un membro delle SS», ma che Gerstein non avrebbe potuto commettere un simile errore se avesse redatto spontaneamente il suo rapporto:
«È poco probabile che Gerstein avrebbe fatto un tale errore se avesse redatto questa “dichiarazione” volontariamente»66.
63 Nel mio libro, per un errore tipografico, qui appare il punto e virgola in luogo dei due punti del testo originale. La Pisanty, che rimprovera a Butz di non aver controllato il testo originale del documento, fa di peggio: cita la mia citazione, errore tipografico compreso!
64 Per il commento di Gerstein, vedi il capitolo IV, 3 a.
65 Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso, op. cit., pp. 182-183.
66 A.R. Butz, The Hoax of the Ttwentieth Century. Historical Review Press, Chapel, Ascote, Ladbroke,Southam, Warwickshire, 1977, p. 256.
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Il fatto che questa conclusione sia a sua volta falsa nulla toglie alla falsificazione della Pisanty.
Stäglich
«Le obiezioni di Wilhelm Stäglich (1979) - negazionista tedesco con un passato di collaborazione con il nazismo - sono dello stesso tenore scientifico. La sua grande innovazione rispetto ai negazionisti precedenti consiste nell’osservare che, nel rapporto Gerstein, il lager di Auschwitz-Birkenau è assente dall’elenco dei campi di sterminio esistenti nel 1942 [...]» (p. 103).
Anche questa osservazione è tratta dal mio libro:
«Wilhelm Stäglich fa un breve riferimento al rapporto Gerstein seguendo Rassinier e Butz. Data la natura del suo libro, egli si interessa in particolare al campo di Auschwitz, che non compare nel testo del documento pubblicato da Poliakov nel 1951 solo perché si tratta di una versione parziale»67.
The Myth of the Six Million
«Altri esempi lampanti di mislettura del rapporto Gerstein ci giungono da The Myth of the Six Million (1969), in cui l’autore sostiene che Gerstein affermò che erano stati gassati non meno di 40 milioni di prigionieri nei lager nazisti. L’errore in questo caso è duplice: prima di tutto, Gerstein non parla di detenuti gassati ma del numero complessivo delle vittime del sistema concentrazionario; inoltre, la cifra che egli fornisce è di 20 (o 25, a seconda delle versioni) milioni» (p. 106).
Qui, stranamente, la Pisanty si accontenta di una sola delle critiche che ho mosso allo scritto in questione:
«L’anonimo autore del libro The Myth of the Six Million scrive che “Gerstein affermò di sapere che erano stati gasati non meno di quaranta milioni di prigionieri nei campi di concentramento”. Tuttavia questa dichiarazione, priva peraltro di riferimento alla fonte, non compare in nessuno dei documenti in nostro possesso ed è quasi certamente falsa»68.
Harwood
«Nel suo pamphlet del 1974, l’inglese Richard Harwood riprende gli errori di Hoggan69 (40 milioni) e di Butz (inverno/agosto), e ve ne aggiunge uno di propria fattura. L’obiettivo di Harwood è di delegittimare il testimone Gerstein facendolo passare per psicolabile: “La sorella di Gerstein era congenitamente malata di mente e morì di eutanasia: questo potrebbe ben suggerire che anche in Gerstein scorresse una vena di instabilità mentale” (Harwood, 1974:7). Qui Harwood confonde i gradi di parentela: Bertha Ebeling non era la sorella, bensì la cognata di Gerstein, e difficilmente si può sostenere che vi sia un legame genetico-ereditario tra parenti acquisiti» (p. 106).
67 Idem, p. 182.
68 Idem, p. 183. Seguono altre critiche a p.184.
69 David Hoggan, presunto autore del libro The Myth of the Six Million.
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Anche qui la Pisanty ripete quasi alla lettera la mia critica del 1985:
«Richard Harwood riprende tutte queste obiezioni e critiche infondate e vi aggiunge la falsa contraddizione segnalata da A. Butz e l’osservazione relativa all’ammissione di Gerstein “che nella sua famiglia corre una vena di pazzia”. È certamente vero che Gerstein, parlando dell’uccisione dei malati di mente a Grafenek, Hadamar, ecc. asserisce di aver avuto un caso simile nella sua famiglia (PS-1553, p. 4), ma nel T-1310 (VfZ, p. 187) egli chiarisce che si tratta di una cognata, che Harwood trasforma incomprensibilmente in sorella»70.
La Pisanty mi plagia persino in nota:
«Alcuni negazionisti statunitensi (Hoggan) e inglesi (Harwood) hanno erroneamente sostenuto che lo studio di Rothfels sia giunto alla conclusione che il rapporto non è autentico» (p. 268, nota 61).
L’informazione è tratta da un mio passo relativo all’autore di The Myth of the Six Million (Hoggan):
«L'autore continua:“È interessante notare che Hans Rothfels in Augenzeugenbericht zu den Massenvergasungen (Rapporto di un testimone oculare sulle gasazioni in massa), in Vierteljahreshefte für Zeitgeschichte, aprile 1953, si preoccupò di dichiarare che il vescovo evangelico di Berlino Wilhelm Dibelius denunciò i memorandum di Gerstein come inattendibili (untrustworthy)”. In realtà Rothfels dice esattamente il contrario: Dibelius ha confermato di essere convinto dell’“attendibilità” (Zuverlässigkeit) politica e umana di Gerstein. [...]. Harwood riprende tutte queste obiezioni e critiche infondate...»71.
La Pisanty giunge fino ad usare contro di me una informazione plagiata da un mio testo!
« “L’autenticità formale dei rapporti attribuiti a Kurt Gerstein non è mai stata irrefutabilmente dimostrata sulla base di una perizia calligrafica, tuttavia, alla luce della documentazione esistente, non c’è a nostro avviso motivo di dubitarne” (Mattogno, 1985:33). Mattogno sorvola sul fatto che la moglie di Gerstein ha riconosciuto nelle note manoscritte e nella firma la calligrafia di suo marito» (p.269, corsivo mio).
Qui la nostra dottoressa aggiunge al plagio la malafede, perché non solo non ho “sorvolato” su tale fatto, ma ella l’ha appreso proprio da me!
«La vedova di Kurt Gerstein ha inoltre riconosciuto in una dichiarazione giurata la calligrafia del marito nei documenti PS-1553 e T-1310»72.
Questo è proprio uno degli elementi per i quali non dubitavo dell’autenticità dei documenti in questione!
Concludo segnalando un plagio di argomento diverso. Discutendo gli elementi testuali di una mia critica a Filip Müller, la Pisanty scrive che uno di questi è «il discorso del “dajan”» (p. 184). In nota l’Autrice spiega:“Dajjân in ebraico significa giudice...”. Ciò suscita l’impressione che io abbia citato una parola ebraica - per di più traslitterata male - senza conoscerne il significato. In realtà la Pisanty si è semplicemente appropriata della mia spiegazione:
70 Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso, op. cit., p.184.
71 Idem.
72 Idem, p. 34.
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«La parola ebraica “dajjân” significa “giudice” (specialmente di tribunale rabbinico) (M.E. Artom, Vocabolario ebraico-italiano, Roma 1965, voce indicata)»73.
2) Il plagio metodologico e interpretativo
La metodologia che la Pisanty attribuisce ai revisionisti è tratta essenzialmente da Vidal-Naquet e dalla Lipstadt. Ciò che l’Autrice vi ha aggiunto di suo, sono soltanto delle osservazioni semiotiche decisamente insulse o cavillose (vedi in particolare le pp. 214-239). La sua acuta disquisizione giunge fino ad analizzare minuzie come il tendenzioso uso revisionistico delle virgolette (p. 236), che qualche pagina dopo adotta ella stessa parlando dei «negazionisti “ricercatori” » (p. 239). Dei sofismi metodologici della Pisanty mi occuperò nel capitolo VI. Ora voglio solo mostrare che anche riguardo alla critica delle metodologie e delle finalità dei revisionisti la Pisanty ha saccheggiato a piene mani i suoi Maestri. Ecco un piccolo florilegio delle prede.
Cominciamo dai presunti otto “assiomi” della metodologia revisionistica. Questi «otto assiomi (formulati nel 1973) che tuttora fungono da princìpi-guida di quell’ Institute for Historical Review che oggi coordina le attività di tutti i principali negazionisti» (p. 13),di cui sarebbe autore Austin J. App e che la Pisanty riporta a p. 14 sono tratti di sana pianta dal “classico” della Lipstadt74, la quale riassume il paragrafo di A.J. App intitolato «Eight Incontrovertible Assertions On The Six Million Swindle»75 presentando correttamente le sue asserzioni come «assertions»76; meno scrupolosa della Maestra, l’allieva le trasforma invece in «assiomi». Gli otto argomenti rispecchiano le conoscenze storiche di allora e vincolano soltanto il loro autore.
Da Vidal-Naquet invece la Pisanty copia i sei “princìpi” dei revisionisti, ma apportando un suo personale contributo: pone le lettere al posto dei numeri ed elimina il punto 5.
Trattandosi di un saccheggio molto esteso, riporto solo le righe iniziali.
Pisanty: «(a) Non vi è stato alcun genocidio programmato e le camere a gas non sono mai esistite ...»(p. 24).
Vidal-Naquet: «1. Non c’è stato genocidio, e lo strumento che lo simboleggia, la camera a gas, non è mai esistito»77.
Pisanty: «(b) La “soluzione finale” di cui parlano molti documenti nazisti non era che l’espulsione degli ebrei verso l’est...» (p. 24).
Vidal-Naquet: «2. La “soluzione finale” non è mai stato altro che l’espulsione degli ebrei verso l’est europeo...»78.
Pisanty: «(c) Il numero di ebrei uccisi dai nazisti è di gran lunga inferiore a quello dichiarato» (p. 24).
73 Auschwitz: un caso di plagio. Edizioni La Sfinge, Parma, 1986, p. 8, nota 5.
74 D. Lipstadt, Denying the Holocaust, op. cit, pp. 99-100.
75 A. J. App, The Six Million Swindle. Boniface Press, Takoma Park, Maryland, 1976, pp. 4-25.
76 D. Lipstadt, Denying the Holocaust, op. cit., p. 99.
77 P. Vidal-Naquet, Gli assassini della memoria, op. cit., p. 19.
78 Idem.
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Vidal-Naquet: «3. La cifra delle vittime ebraiche del nazismo è molto inferiore a quella che si è detta»79.
Pisanty: «La Germania hitleriana non è la maggiore responsabile per lo scoppio del conflitto» (p. 25).
Vidal-Naquet: «4. La Germania hitleriana non ha la maggiore responsabilità della seconda guerra mondiale...»80.
Pisanty: «Il genocidio è un’invenzione della propaganda alleata, principalmente ebraica e particolarmente sionista» (p. 25).
Vidal-Naquet: «6. Il genocidio è un’invenzione della propaganda alleata, specialmente ebraica, e in particolare sionista...»81.
Con sottile finezza semiotica, nel punto (d) la Pisanty interpola un altro passo che Vidal-Naquet, meno fine di lei, ha collocato altrove:
Pisanty: «In genere, i negazionisti si riferiscono a una presunta dichiarazione di guerra rivolta alla Germania nel 1939 dal portavoce dell’organizzazione sionista, Chaim Weizmann, a nome della popolazione ebraica mondiale» (p. 25).
Vidal-Naquet: «Inventare di sana pianta una immaginaria dichiarazione di guerra da parte di un immaginario presidente del Congresso mondiale ebraico...»82.
Oltre ai «princìpi» generali, la Pisanty plagia anche “metodi” singoli. Qualche esempio.
- Sull’ estorsione delle testimonianze SS:
Pisanty, parlando delle testimonianze rese dalle SS (Broad, Höss) nel dopoguerra:
«Naturalmente i negazionisti ritengono che queste ultime testimonianze siano state estorte durante la prigionia dei loro autori...» (p. 68).
Vidal-Naquet: «Ogni testimonianza nazista posteriore alla fine della guerra [...] è considerata come ottenuta sotto tortura o intimidazione»83.
- Sull’ assunzione aprioristica dell’inattendibilità delle testimonianze:
Pisanty, in riferimento alla «lettura che i negazionisti forniscono delle testimonianze dei sopravvissuti ai lager nazisti» rileva che «per loro tali testimonianze sono da scartare a priori...» (p. 129); in fondo alla pagina ella parla inoltre di «una testimonianza aprioristicamente bollata come inattendibile».
Vidal-Naquet attribuisce ai revisionisti il metodo di «respingere, per principio, tutte le testimonianze dirette per ammettere come decisive le testimonianze di coloro che, a quanto essi dicono, non hanno visto niente...»84.
La Pisanty copia anche la seconda parte della frase di Vidal-Naquet, adattandola ad un contesto diverso come segue:
«A meno che questi [le testimonianze in quanto documenti storici: p.92] non vadano incontro alla loro tesi, nel qual caso i criteri applicati per determinarne la validità si fanno molto meno severi» (p. 268, nota 58).
- contraffazione dei documenti:
79 Idem.
80 Idem.
81 Idem.
82 Idem, p. 65. Vedi anche le pp. 37-38.
83 Idem, pp. 22-23.
84 Idem, p. 48.
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Pisanty:«Infatti, Faurisson ritiene che tutto il materiale documentario risalente al dopoguerra sia il frutto di un’abile contraffazione storica» (p. 73).
Vidal-Naquet, con riferimento a Faurisson: «Ogni documento, in generale, che ci dà informazioni di prima mano sui metodi dei nazisti è un falso o è un documento truccato»85.
Anche le finalità che la Pisanty attribuisce ai revisionisti sono copiate dai due Maestri, in particolare, l’insinuazione che il revisionismo miri esclusivamente a riabilitare il regime nazista (p. 1, 241 e 247) rappresenta la tesi di fondo della Lipstadt.
Non c'è bisogno di dire che questi «princìpi» sono stati inventati da Vidal-Naquet e non trovano la minima applicazione nella storiografia revisionistica.
85 Idem, p. 22.
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CAPITOLO III
GLI ARGOMENTI E LE STRATEGIE ERMENEUTICHE DI VALENTINA PISANTY
1) La «premessa indiscussa»
Una delle accuse più ricorrenti che la Pisanty muove ai revisionisti è quella di un presunto fondamentalismo che li indurrebbe a «scartare a priori» le testimonianze, a bollare «aprioristicamente» ogni testimonianza «come inattendibile» (p. 129). In pratica i revisionsti partirebbero dalla convinzione aprioristica dell’inesistenza delle camere a gas per dedurre poi sillogisticamente l’inattendibilità delle testimonianze ad esse relative.
In realtà questo principio dogmatico - mutatis mutandis - sta alla base proprio della forma mentis e del libro della Pisanty, che non esita a proclamarlo apertamente:
«Per questo motivo, l’esistenza del genocidio è la premessa indiscussa di ogni serio studio storico su questo argomento, e non la tesi da dimostrare. Si potrà discutere sul come, sul perché, sul dove, sul quando e perfino sul chi, ma non sul fatto in sé,poiché è proprio su questo fatto che tutte le testimonianze si dimostrano concordi»(p. 191).
Da questa «premessa indiscussa» scaturiscono due princìpi ermeneutici aberranti che infirmano radicalmente gli argomenti dell’Autrice: il primato della testimonianza sul documento (in senso stretto) e l’accettazione aprioristica dell’attendibilità della testimonianza.
Il primo principio comporta gravi implicazioni metodologiche che vedremo nel capitolo VI. Il secondo porta inevitabilmente alla negazione del più elementare senso critico, alla fede cieca nella veridicità delle testimonianze86 e, alla fine, al loro travisamento sistematico. Partendo dal presupposto dogmatico che tutte le testimonianze siano veridiche, la Pisanty si lambicca il cervello nel tentativo di spiegare razionalmente le assurdità e le contraddizioni di cui esse sono cosparse, minimizzandole87, arrampicandosi sugli specchi per escogitare una spiegazione plausibile, appellandosi all’ ignoranza generale delle circostanze (che è in realtà soltanto sua), tacendole semplicemente, quando sono troppo assurde e troppo contraddittorie. Sulla base di questo principio l'Autrice si accinge a confutare le argomentazioni revisionistiche.
86 Una fede tanto cieca che la Pisanty accetta come assolutamente attendibile persino la testimonianza di Pery Broad (p. 131), sulla quale il suo Maestro esprime invece seri dubbi: «Nella documentazione su Auschwitz esistono testimonianze che danno l’impressione di adottare interamente il linguaggio dei vincitori. È il caso,ad esempio, della SS Pery Broad, che nel 1945 redasse per gli inglesi un memoriale su Auschwitz, dove era stato attivo come membro della Politische Abteilung, cioè della Gestapo. Egli parla di sé in terza persona». P.Vidal-Naquet, Gli assassini della memoria, op. cit., p. 27.
87 Assurdità e contraddizioni diventano per la Pisanty irrilevanti «grinze», «anomalie» (p. 141),«anacronismi», «piccole incongruenze» (p. 176), «piccole zone grigie» (p. 209).
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2) Il diario di Anna Frank
La Pisanty introduce la sua “confutazione” con la seguente osservazione:
«Forse perché per molti lettori il diario di Anne Frank rappresenta il primo contatto con la storia del genocidio, i negazionisti si sono sempre sforzati di dimostrarne l’inautenticità. Da un punto di vista puramente storico, nessuno ha mai pensato di considerare questo diario come un documento che provasse l’esistenza dei campi di sterminio o delle camere a gas, e ciò per il semplice motivo che, come è noto, Anne Frank redasse i suoi diari durante gli anni della sua reclusione nell’ alloggio segreto, in Prinsengracht 263, ad Amsterdam. Sorprende dunque la veemenza con la quale i negazionisti si sono accaniti contro questo resoconto della vita quotidiana e dei pensieri di una adolescente che dovette conoscere la realtà dei lager nazisti solamente dopo aver cessato di scrivere il suo diario» (p. 44, corsivo mio).
Condivido pienamente lo stupore dell’Autrice. Al riguardo, non posso che confermare ciò che ho già scritto altrove, cioè che «non ho mai compreso la tenacia con cui certi revisionisti si sono occupati di questo scritto che non ha alcuna relazione con la questione delle camere a gas e che, sia esso autentico o no, nulla aggiunge e nulla toglie a tale questione»88.
Ma il mio accordo con la Pisanty finisce qui, perché ella passa immediatamente ad una abusiva generalizzazione che vorrebbe, non alcuni, bensì i (tutti!) revisionisti sempre intenti a tramare contro l’autenticità di questo scritto. In realtà il problema dell’ autenticità del diario di Anna Frank è un falso problema di cui nessun ricercatore revisionista si occupa più da una quindicina d’anni. La generalizzazione della Pisanty ha una precisa funzione tattica che appare chiara qualche pagina dopo:
«La contestazione dell’autenticità del diario di Anne Frank gioca un ruolo di un certo rilievo nell’ambito delle strategie impiegate dai negazionisti per suscitare incertezze circa l’esistenza della Shoah. L’obiettivo è di insinuare dubbi attorno a quello che, per vari motivi, col passare del tempo è diventato un documento paradigmatico nella storia della persecuzione ebraica e, facendo ciò, di sperare che il lettore - disilluso e stizzito per essere stato ingannato per tutti questi anni - estenda il proprio scetticismo a ogni altro aspetto della storia ufficiale dello sterminio nazista. La logica è quella del “Falsus in Uno, Falsus in Omnibus” (titolo di un articolo diffuso nelle università americane dal negazionista californiano Bradley Smith89): se il paradigma ufficiale cede anche in un solo punto della sua formulazione, allora bisogna considerarlo complessivamente mendace» (p. 67).
Il valore di questa affermazione risulta chiaro proprio dal fatto che tale questione è caduta nel dimenticatoio revisionistico da parecchi anni.
Tuttavia la Pisanty si occupa del diario di Anna Frank non solo per inventare un falso obiettivo che si possa colpire facilmente, vale a dire una finta strategia revisionistica - e questo è il motivo fondamentale -, ma anche per poter sfoggiare le sue sottigliezze
88 Olocausto: dilettanti allo sbaraglio, op. cit., p. 153.
89 Il lettore si deve fidare della buona fede della Pisanty, che non si preoccupa affatto di dimostrare la veridicità di questa affermazione citando la fonte.
MATTOGNO : Capucetto rosso
34
semantiche sul «Lettore modello nei diari» (pp. 45-48) o sulla «topologia diaristica» (p.265). Si tratta pur sempre di una tesi di «dottorato»!
3) Il diario del dottor Kremer
Come ho già rilevato nel capitolo precedente, nella trattazione del diario del dott. Kremer,la Pisanty saccheggia gli argomenti di Vidal-Naquet. Non voglio ripetere ciò che ho risposto al Maestro in un libro che la Pisanty ha preferito fingere che non esista90. Qui mi limiterò a segnalare un paio di strafalcioni supplementari della nostra dottoressa e ad aggiungere un sintetico inquadramento storico.
L’Autrice dedica un intero paragrafo alla Sprachregelung (§ 2.4.3), che sarebbe «il codice cifrato impiegato dalla burocrazia nazista» (p. 71). La citazione del termine tedesco è truffaldina, perché lascia intendere che si tratti di un termine nazista; in realtà esso è stato creato dalla storiografia olocaustica tedesca91. Che i nazisti usassero un linguaggio burocratico è cosa ovvia, ma che questo linguaggio fosse «cifrato» è tutto da dimostrare.
Disquisendo se le Sonderaktionen significassero soltanto le gasazioni omicide o anche le selezioni per le camere a gas (fermo restando il significato criminale), la Pisanty si appella a Pressac92, il quale ammette però che il termine «non è tuttavia specificamente criminale potendosi applicare ad un’operazione che non lo era» (p. 72).
Nell’interpretazione del diario del dott. Kremer, la Pisanty adotta la medesima metodologia di Vidal-Naquet: entrambi presuppongono a priori la prassi, ad Auschwitz, di una politica di sterminio ebraico, entrambi pressuppongono a priori l’esistenza dei cosiddetti Bunker di gasazione, entrambi forniscono una spiegazione puramente linguistica - il Maestro filologica93, l’allieva semiotica, ma entrambe le spiegazioni non hanno alcuna connessione con la realtà storica di Auschwitz quale risulta dai documenti.
Poiché le Sonderaktionen menzionate nel diario significherebbero direttamente o indirettamente la gasazione delle vittime nei Bunker, questi rappresentano il presupposto immediato della validità dell’interpretazione omicida. Al riguardo ho già scritto che «non esiste nessun documento tedesco sui Bunker 1 e 2, sebbene negli archivi di Mosca vi siano decine di migliaia di documenti su ogni costruzione del campo, dai crematori alle stalle»94.
Qui voglio approfondire questo punto.
La Pisanty, riferendosi, senza menzionarlo, a Pressac, scrive:
90 Olocausto: dilettanti allo sbaraglio, op. cit., pp. 68-76.
91 Enzyklopädie des Holocaust. Die Verfolgung und Ermordung der europäischen Juden. Argon Verlag,Berlino, 1993, vol. III, p.1361.
92 Per conferire maggiore importanza a questa fonte, la Pisanty riprende la faceta storiella del Pressac «ex negazionista riconvertito» (p. 72, 167 e 246). Sfortunatamente per lei, san Pressac non ha mai avuto questa illuminazione sulla via di Auschwitz: fin dalla sua prima visita al campo e dal suo primo incontro con Pierre Guillaume e Robert Faurisson egli era convinto della realtà dello sterminio ebraico e non ne dubitò mai. Vedi al riguardo P. Guillaume, Droit et Histoire. La Vieille Taupe, Parigi, 1986, pp. 83-89.
93 P. Vidal-Naquet, Gli assassini della memoria, op. cit., p. 48.
94 Olocausto: dilettanti allo sbaraglio, op. cit., p. 72.
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09:57 Scritto da: prussian-blue in Articoli di Carlo Mattogno, Articoli di/su Paul Rassinier, Au$chwitz: Aperture x Zyklon B, Au$chwitz: Bunker 1-2, Au$chwitz: SS-Zentralbauleitung, Au$chwitz: Tifo petecchiale, d.lipstadt,valentina pisanty, francesco germinario, Diario dott. J.P.Kremer, frank anne, Kurt Gerstein, Lager Au$chwitz, Linguaggio cifrato - Sprachregelung, Olo$alariati, Olocau$to dipendenza, pisanty valentina, Pressac Jean Claude, sayanim, spie sioniste, hasbara, sion zion sionisti "Italia", vidal-naquet pierre | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Tag: articoli di carlo mattogno, articoli disu paul rassinier, au$chwitz: aperture x zyklon b, au$chwitz: bunker 1-2, au$chwitz: ss-zentralbauleitung, au$chwitz: tifo petecchiale, d.lipstadt, valentina pisanty, francesco germinario, diario dott. j.p.kremer, frank anne, kurt gerstein, lager au$chwitz, linguaggio cifrato - sprachregelung, olo$alariati, olocau$to dipendenza, pisanty valentina, pressac jean claude, sayanim, spie sioniste, hasbara, sion zion sionisti "italia", vidal-naquet pierre |
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